ERRARE HUMANUM EST

Checchè ne dica Nicolò Gianelli il Portogallo esiste. Eccome se esiste. Ve lo posso assicurare perchè, e lo sapreste se mi seguiste su facebook o avessimo un qualche contatto in comune, ho vissuto a Lisbona dall'8 settembre al 15 dicembre 2013.

Lisbona vista dalle mura del suo castello

E l'idea di scrivere questo post mi è venuta proprio una sera mentre, scendendo alla ricerca di un taxi da quel luogo di perdizione, birre a prezzi stracciati e spacciatori riusciti male che risponde al nome di Bairro Alto, mi sono trovato a rimuginare su un evento accadutomi pochi sabati prima. Evento che, per forza di cose, vado testè a raccontarvi.

FERMI TUTTI QUESTA E' UNA RAPINA

La metropolitana di Lisbona chiude i battenti all'una del mattino e, per chi come me vive nel blu e distante dal centro della capitale, il taxi rimane la sola soluzione per rientrare all'ovile con la sensazione di aver salvato capra e cavoli. Ebbene, grazie anche alla mia capacità nel trattare i prezzi e la non eccessiva esosità dei costi delle corse in taxi, sono ben presto diventato un habituè di questo tipo di trasporto. Come un vero fighino da brodo di dado.
La storia è breve ed intensa: è tardi, ho sonno, saluto la cumpa e scendo dal Bairro Alto verso Praça Dom Pedro IV con la certezza di trovare qualche professionista che mi riaccompagni a casa. In meno di tre minuti sono sulla macchina nera che sfreccia per la vie della città puntando forte in direzione Alto do Moinhos. Dieci minuti dopo siamo all'imbocco di Rua Cidade de Rabat, ringrazio l'autista e, osservando il tassametro, estraggo dieci euro compiacendomi del fatto che almeno 2 e mezzo mi sarebbero rientrati come resto. A questo punto il tassista mi chiede se invece di lasciarmi lì in mezzo alla strada potesse parcheggiare in uno spiazzo/parcheggio pochi metri più avanti per non intralciare il traffico. Io acconsento non riflettendo sul fatto che è impossibile intralciare il traffico alle 4 e mezza di mattina. Semplicemente perchè in giro non c'è una macchina che sia una. Comunque sia andiamo a parcheggiare e quando faccio per uscire e dargli i soldi vedo che anche lui esce dalla macchina. Ho dimenticato, forse volutamente forse no, di dirvi che le dimensioni del tassista non sono esagerate. Per farvi un'idea la sua altezza e corporatura sono come le mie, solo un po' più portoghesi. Ora il simpatico TravisBickle (nome di fantasia che ben si appiccica sul nostro "eroe") mi si para di fronte e mi intima di consegnargli tutti i miei soldi. Io sono paralizzato e lui, con grande tempismo, mi colpisce alla schiena con due "rocchetti" ben assestati.
Cos'è un "rocchetto"? Un "rocchetto" è sostanzialmente una specie di pugno dato con movimento dall'alto verso il basso non con tutta la mano ma tenendo il dito medio più sollevato (che così è l'unico che colpisce il bersaglio). Spero di essermi spiegato ma, in caso contrario, mettevi in contatto con Eddi Cavani che è il massimo esperto in materia e potrà dissipare ogni dubbio.
Dopo questi due colpi mi trovo costretto a spingere via TravisBickle e a biascicargli che non gli darò proprio un cazzo di niente. Travis allora si fa più aggressivo e continua a colpirmi e mi piazza anche due calci sulle cosce. Poi riparte coi "rocchetti". È tardi, sono stanco e non in perfette condizioni per sostenere questa pallida imitazione di 'Fight Club', così lo fermo e apro il portafoglio. Gli consegno diciassette euro e qualche spicciolo. TravisBickle, immaginando che io menta, mi piazza altri due "rocchetti" e mi chiede di svuotare le tasche. In sostanza mi ruba anche il tabacco. 35 grammi di Amber Leaf giallo comprato poche ore prima. Poi sale in macchina imprecando contro di me e contro il suo magro bottino e se ne va.
Ora, caro TravisBickle, siccome sono sicuro che tu legga questo blog con avidità ti do un consiglio per la prossima volta: siccome esistono i bancomat sarebbe un'idea migliore costringere la persona che vuoi rapinare a fare un bancomat e portargli via più soldi. E, per inciso, rubare il tabacco è un gesto ignobile e vergognoso.        

Lati positivi e negativi si elidono... Stronzate

Partendo dall'episodio narrato qui sopra, stavo quindi scendendo dal Bairro Alto e rimuginavo sul fatto che avrei dovuto prendere un altro taxi. E, per un riflesso quasi pavloviano, ho avuto un moto di bauraaah. Poi, e qui finalmente si entra nel vivo del post, mi sono tornate in mente le parole e un gesto specifico di un calciatore/filosofo dell'Italia degli anni '70: Ezio Vendrame. Trequartista senza venerdì che ha militato in quasi tutte le squadre venete possibili e immaginabili, Ezio si esibì con la maglia del Padova in quanto segue: dopo aver dribblato un numero imprecisato di avversari si presentò a tu per tu col portiere avversario e, dopo averlo saltato, tornò indietro e lo affrontò una seconda volta perchè, a suo dire, "anche i portieri sono uomini e hanno diritto ad una seconda possibilità".
Ovviamente nella mia testa avevo coniugato questa frase ai tassisti, ma poco importa.

Ezio Vendrame. Calcio e letteratura al potere!

ANCHE I PORTIERI SONO UOMINI vol.1, EPISODIO ITALIA '90

Dopo che Luca Cordero di Montezuma e la sua allegra combriccola si erano mangiati tutto il mangiabile per la messa a norma e l'edificazione degli stadi di mezza Italia, nell'estate del 1990 si potè dare inizio al Campionato del Mondo di calcio. L'Italia, padrona di casa e naturalmente nel novero delle favorite, si presentava con una rosa di tutto rispetto, il giusto mix tra giovani virgulti e gente di provata esperienza. Il tutto sotto la guida dell'istituzionalissimo commissario tecnico Azeglio Vicini.

Potevano farla anche un po' più tamarra...

Gli azzurri ebbero la meglio sulle dirette concorrenti nel girone eliminatorio (Austria, Stati Uniti e Cecoslovacchia) senza subire nemmeno una rete. Questo perchè la cerniera formata da Beppe Bergomi, Franco Baresi, Paolo Maldini e Riccardo Ferri non permetteva agli avversari di vedere facilmente la porta azzurra. E, quand'anche gli avanti avversari fossero riusciti a scoccare le loro frecce velenose, tra i pali, avvolto nella sua casacca grigio-metallizzato, si materializzava l'antidoto. Antidoto che, blasfemicamente, fu ribattezzato Uomo Ragno: si tratta di Walter Zenga. Miglior portiere del mondo nel 1989, l'estremo difensore dell'Inter fu uno dei primi a sperimentare il binomio calciatore-velina (anche se all'epoca si chiamavano showgirls o soubrette) ed apparire con costanza sui rotocalchi non solo per le sue imprese sportive. Protagonista nello scudetto dei record vinto dall'Inter del Trap, Zenga, la cui tempestività e reattività tra i pali e nelle uscite erano note a tutti, era l'indiscutibile numero uno della nazionale e si presentava all'appuntamento mondiale con la necessaria fiducia, dato che l'ultima rete subita in azzurro stava per compiere 8 mesi (Italia-Brasile 0-1, 14 ottobre 1989). E nella prima fase, come spiegato sopra, la rete resta immacolata anche grazie a due prodigi contro la Cecoslovacchia e ad un'incredibile parata contro gli Stati Uniti. Gli azzurri sono carichi e, dopo aver agevolmente sconfitto agli ottavi di finale l'Uruguay 2-0, approdano alle semifinali sconfiggendo i verdi d'Irlanda per 1-0 grazie anche ad un paio di interventi volanti di Walter sui colpi di testa di Tony Cascarino.
Piccolo O.T. Se qualcuno avesse la voglia e la possibilità consiglio la lettura della biografia del suddetto Tony: stradivertente, piena di storie incredibili e aneddoti impossibili.
5 partite intere senza subire gol e la possibilità, nella semifinale che vedrà l'Italia affrontare l'Argentina a Napoli, di scavalcare l'icona Peter Shilton in quanto ad imbattibilità ad un mondiale. Diciamo che il mondiale, per Zenga e per gli azzurri, poteva mettersi peggio.
Tutti i calciatori, quando viene loro chiesto di entrare nel merito, affermano sempre (a parte sua sincerità Filippo Inzaghi) che i record non sono importanti, che prima viene la squadra, che Cristo è morto di freddo ed altre amenità di questo tipo.
Come penso si possa intuire diciamo che ai miei occhi sono credibili quanto la progenie di Bettino Craxi. In assenza di controprove certe, comunque, siamo tutti innocenti. Calciatori compresi.
La semifinale di cui sopra veniva sbloccata dall'eroe di Italia '90 Totò Schillaci e, grazie anche ad un paio di autentiche prodezze di Walter Zenga, si avviava placida ad entrare nella seconda metà della ripresa senza poter immaginare un epilogo diverso da quello che si stava dipanando: Italia in finale e buonanotte ai suonatori.

e più lo mandi giù, più si tira su

Quando sei bravo a fare qualcosa e tutti te lo dicono in continuazione può darsi che tu perda un po' la testa. Non è scientificamente provato, ma può succedere. Anzi, succede spesso. Ecco, se devo dire la mia, quello che ha guidato Walter Zenga nella sciagurata uscita che possiamo vedere e rivedere nel video sopra è stato un clamoroso eccesso di sicurezza e di spocchia. Eccesso che ci può stare, sempre, e che nei portieri è una costante certa nel DNA del ruolo. D'altronde i portieri sono uomini e hanno diritto ad una seconda possibilità, ma quell'errore che costò all'Italia la finale (e perchè no la vittoria) del mondiale casalingo fu un clamoroso eccesso di sicumera. Il miglior portiere del mondo, il portiere che da 16 minuti deteneva il record di imbattibilità mondiale incappò nella peggiore "cappella" possibile. Fuori tempo massimo per uscire, pur accorgendosene, Walter erroneamente pensò che avrebbe comunque preso il pallone, forse perchè si sentiva più forte, forse per deconcentrazione, forse perchè chi si loda s'imbroda, forse perchè... Forse niente. Claudio Caniggia, 170 centrimetri di "balotta argentina", segna di testa e les jeux sont fait.

DA LISBONA A PORTO

In Portogallo, e voglio di nuovo ribadire a Gianelli che il Portogallo è vivo e lotta insieme a noi, la grande rivalità, sportiva e non è tra Lisbona e Porto. Accenti diversi, differente clima (più calda la capitale, più fredda l'ostile Porto) e differente mentalità. Per spiegare anche voi, cari i miei provincialotti, diciamo che è, grossomodo, la trasposizione lusitana dell'imperitura sfida tra Milano e Roma. Gli epiteti e i motivi di divisione sono più o meno gli stessi: a Porto si lavora a Lisbona no, a Lisbona c'è la storia a Porto le fabbriche, la gente di Porto è più chiusa quella di Lisbona è più cosmopolita e via così fino alla sfrangimento di coglioni di chi parla e/o di chi ascolta.

 
Porto by night. Gentile concessione delle meninas

A livello culinario, a Lisbona, vorrei parlare del baccalà e dei dolci. Ma, e qui mi sovvien l'eterno, questo non è ancora il blog di Benedetta Parodi, per cui fate un salto nella capitale e dateci dentro. Per consigli e/o imbeccate sapete dove trovarmi.
Per quel che riguarda Porto, invece, una cosa da provare assolutamente è la spaventosa Fracesinha, un insieme di fritti, carne, pane, uova e altre diavolerie che vi faranno esplodere le papille gustative e, in linea di massima, anche i neuroni. Ma, ribadendo il concetto che qui non c'è Benedetta Parodi che tenga, posso inviarvi da qualcuno che ne sa più di me nel caso voleste farci un salto.

Marika ci mostra che la paura è un sentimento che lei non conosce

La domanda, ammesso e non concesso che non abbiate abbandonato la lettura svariate righe or sono, che mi starete ponendo è: ma perchè quel guascone di Santu ci ha portato fino a Porto? Domandare è lecito e rispondere è cortesia, quindi seguitemi. Tutti quanti seguitemi.

Quando inizia una crisi è un po' tutto concesso

Il 20 aprile 1994 l'amata Unione Calcio Sampdoria vince l'ultimo trofeo della sua breve quanto titolata storia: si tratta della quarta Coppa Italia. Al timone dei marinai c'è il marpione svedese Sven Goran Eriksson e in campo c'è una squadra della Madonna (della Guardia). In ordine sparso: Mancini, Gullit, Platt, Jugovic, Lombardo giusto per citarne due o tre. I blucerchiati ammazzano l'Ancona 6-1 nella finale di ritorno e, nonostante il terzo posto in serie A, si guadagnano l'accesso per la Coppa delle Coppe dell'anno successivo, trofeo già vinto nel 1990 e sfiorato nel 1989. Nell'estate del 1994 Walter Zenga e Gianluca Pagliuca si scambiano le maglie e l'Uomo Ragno, invecchiato malino rispetto ad Italia '90, si trova a difendere la porta della prima squadra di Genova. L'avventura europea non si rivela immediatamente impegnativa, poichè i primi due turni vengono superati agevolmente rispedendo direttamente al mittente le velleità di Bodo Glimt (squadra norvegese) e Grasshoppers (squadra svizzera). Il sorteggio dei quarti di finale, invece, mette la Sampdoria di fronte agli ostici portoghesi dell'F.C. Porto allenati dall'icona Bobby Robson. All'andata, disputata in quello che rimane uno stadio bellissimo e che risponde al nome di "Luigi Ferraris", i doriani, proprio come i biscotti omonimi, rimangono inzuppati nella tattica per nulla speculativa dei biancoblù e si vedono infilzare  a metà ripresa dal centravanti russo Sergej Juran e al 90' si ritrovano con una sconfitta casalinga meritata e, fortunatamente, striminzita che rende il ritorno una scalata tutt'altro che semplice. Nell'uggiosa Porto e nel vecchio Estádio das Antas (95000 posti a sedere...), gli uomini di Eriksson erano chiamati a compiere l'impresa. E, trascinati dal carisma del capitano ROBERTO MANCINI e dal suo splendido gol, riuscirono a portare la partita ai calci di rigori. Anche se, già prima dei penalties, si era eretto a protagonista assoluto l'eroe di questa storia: Walter Zenga. In una di quelle serate che ogni portiere vorrebbe vivere, ambiente ostile, squadra in inferiorità numerica (Platt si era beccato un rosso quantomeno discutibile), l'Uomo Ragno para anche le scoregge e, nella lotteria dei tiri dal dischetto, si rivela molto più utile e fruttifero di 4 anni prima con la casacca dell'Italia, parando il rigore di Latapy e portando così il Doria in semifinale contro l'Arsenal.

nostalgia nostalgia Chinaglia

ANCHE I PORTIERI SONO UOMINI vol.2, EPISODIO SAMPDORIA-ARSENAL

Sotto con la semifinale, dunque.
L'andata ad Highbury si conclude 3-2 per i londinesi, ma il risultato è più bugiardo di una conferenza stampa di Carlo Giovanardi. Il Doria meritava almeno il pareggio ma, in virtù dell'antica regola per cui i gol in trasferta valgono doppio, non è un risultato disprezzabile. Anzi. E allora eccoci in un Marassi stipato per la semifinale di ritorno. Racconta il presidente di Modena Blucerchiata Riccardo Artioli che quella fu la sua prima partita live al seguito della sua squadra del cuore. Quindi me l'immagino il presidente, con il suo solito sorriso, in quella bolgia allucinante assistere all'1-0 di Mancini, al pareggio Gunner della leggenda Ian Wright e alla favola di Claudio Bellucci.
Cresciuto nelle giovanili blucerchiate l'allora 17enne Bellucci giocò da titolare la sfida in questione. E in tre minuti, tra l'84esimo e l'86esimo, il "Bello" realizza una doppietta incredibile. Gol di rapina con seguente corsa a perdifiato sotto la sud e destro vincente a conclusione di un contropiede sapientemente orchestrato dalla premiata ditta Mancini-Lombardo. Due reti che, in linea di massima, avrebbero dovuto mandare la Sampdoria alla finale di Parigi. E invece qui rientra in campo colui che aveva permesso alla Sampdoria di disputare questa semifinale: Walter Zenga. Mancano infatti pochi spiccioli alla fine della gara e l'Arsenal può usufruire di una punizione dal limite. Se ne incaricherà lo svedese, ex meteora della Fiorentina, Stefan Schwarz. Giocatore che, va detto, aveva nel tiro da lontano forse la sua dote migliore.

più guardo queste immagini, più non ci posso credere

Se guardate il video, anche se lo sviluppo dell'azione è giocoforza differente, potrete capire il mio paragone tra la "cappella" eseguita da Zenga contro l'Argentina e quella contro l'Arsenal. Sicurezza estrema, pessima valutazione del rischio, spocchia e voce del verbo "andare a terra come un sacco di patate". Quando su punizione il pallone si insacca sul palo difeso dal portiere, l'errore dell'estremo difensore è marchiano e indifendibile. Da lì calò il gelo sulla semifinale che, trascinatasi stancamente ai rigori, vide la vittoria dei "cannonieri" londinesi che poi, per la maledizione che impediva di vincere per due volte consecutive la Coppa delle Coppe, troveranno la morte sportiva contro il Real Saragozza nella finale di Parigi con il clamoroso gol di Nayim.

Il mongolo che prende questo gol, ha parato 3 rigori in semifinale. Non dirmelo, non ci credo.

E così, mestamente, la Sampdoria usciva dalla Coppa delle Coppe e Walter Zenga sfruttava male la sua seconda possibilità, in quanto l'anno dopo venne soppiantato da quel simpaticone di Angelo Pagotto e, dopo essere passato da Padova, comincerà un lungo vagabondare per il globo terracqueo.
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora, ma se in un nembo s'avvicina
oh allora una giovane fiera s'accovaccia e all'erta spia. 
(Umberto Saba)


Ciao Walter.

THE BEST PSYCHO SINCE HITCHCOCK

FELLATIO BENEVOLENTIAE

Certo saprete, e se non lo sapete ve ne metto repentinamente al corrente, del fatto che io e il mio compagno di sventura abbiamo consegnato all'insigne Avvocato Federico Buffa alcuni articoli degli 11 Illustri Sconosciuti affinché li leggesse e, qualora li trovasse di suo gusto, ci contattasse per fare una partita a chiacchiere. 
Per info sulla serata di Fiorano, leggere qui.


Ebbene, notizia successiva alla serata del rendev-vous, il miglior storyteller italiano rilascia un comunicato stampa nel quale annuncia che non commenterà più le partite NBA in quanto la dirigenza di Sky Sport ha preferito dirottarlo sul Mondiale di calcio, occasione unica per un giornalista sportivo da cogliere come la manna dal cielo. Tuttavia, a parte significare la disperazione dei suoi followers, questa notizia fortunatamente comporta anche una cosa buona e giusta, ossia che Buffa sciorinerà aneddoti e racconti sui Mondiali e relativi protagonisti come se non ci fosse un domani, facendosi FINALMENTE conoscere anche al grande pubblico e riducendo a più miti consigli -mi auguro vivamente siano quelli "per gli acquisti" e nulla più- tutti i sedicenti esperti di Sky Calcio, tipo Massimo Mauro.

Ecco, nel caso l'Avvocato ci leggesse (ha le nostre referenze e i nostri contatti), volevo approfittarne con un articolo di genere, a mo' di captatio benevolentiae o, come si era soliti dire al Liceo: fellatio benevolentiae.


IT'S THE END OF THE WORLD AS WE KNOW IT


Magari è un caso, magari no, ma ancora una volta l'epicentro della storia che vado a raccontarvi è San Marino, luogo ormai topico degli 11 Illustri Sconosciuti. 
Siamo nell'anno del Signore 1993 e cade il 17 Novembre, per cui ricorre il ventennale proprio in questi giorni, e a Bologna si disputa San Marino-Inghilterra, valevole per le qualificazioni ai Mondiali ammerreggani del 1994. 
Perché possano accedere alle fasi finali del Torneo, ai Tre Leoni di Her Majesty deve dir bene una combinazione non così semplice di risultati, ovvero vincere con almeno sette reti di scarto contro la rappresentativa del Titano (facile) e augurarsi che l'Olanda, concorrente diretta al passaggio del turno, perda a Poznan contro i padroni di casa della Polonia (meno facile). Qualora i due eventi non si verifichino in sincrono, l'Inghilterra volterebbe i piedi all'uscio, come solo un'altra volta era successo nella sua storia. Quando? Dovreste saperlo, bestie.

Comunque sia: ready steady go, Capitan Bonini (proprio lui, il centrocampista biondo di Juve e Bologna) dà il via alle danze, palla a Bacciocchi, lancio filtrante e sulla scena si inserisce un buon samaritano che, invece che proteggere la sfera o accompagnarla con sicumera al portiere Seaman, inventa un retropassaggio che diventa facile preda dell'animale col sangue più freddo di tutta la millenaria storia repubblicana di San Marino, l'uomo giusto al momento giusto, l'attaccante baciato dalla grazia Davide Gualtieri, che raccoglie il pallone e lo insacca nella rete inglese.
Ocio però perché tutto questo avviene in un tempo inferiore rispetto a quello che voi avete impiegato a leggere la mia descrizione del gol: 8 secondi e 3 decimi, 'na roba che, come direbbe Diego Abatantuono:"Non zo ze mi spieco"

Per farvi capire la velocità della giocata, non posso mettere altro che un fermo immagine di quel gol perché non esistono foto. Qui il video.

Per San Marino è un gol storico, segnato contro una nazionale blasonata come quella inglese, per di più a tempo di record; per l'Inghilterra è invece, come avrebbe titolato il Mirror il giorno successivo alla partita:"The end of the world" perché sì, dopo questo regalo iniziale, i ragazzi della Regina decidono di far brutto e buttano sette palloni dentro la porta avversaria, ma ormai è come mettere un cerotto su una gamba di legno, non serve a niente. 
Avete presente le c.d.e della qualificazione, ecco: non solo l'Olanda di Koeman ha liquidato la Polonia per 3 a 1, ma i Three Lions non hanno nemmeno vinto con i sette gol di scarto che occorrevano per poter sperare in una fortunata combination. Morale della favola: l'Inghilterra non parteciperà a USA'94.
È andato tutto a carte quarantotto e, un po' per tacere della vittoria degli Orange ma soprattutto per non sminuire il fascino di questa storia, la colpa è di Davide Gualtieri. O meglio: il merito è di Davide Gualtieri, perché la colpa non è sua, "the guilty" è lo sciagurato difensore inglese che con un retropassaggio che più di definire "vacanziero" non si può fare, ha lanciato l'attaccante sammarinese verso la leggenda.

Nineties, so nineties

La storia di Davide Gualtieri è raccontata in diversi blog e svariati siti, a San Marino la gente gli chiede ancora l'autografo, e in Galles, Scozia ed Irlanda era diventato -ed è tuttora- idolo internazional-popolare, tant'è che al tempo venne addirittura realizzata la t-shirt "Gualtieri 8 seconds", letteralmente andata a ruba. Vi consiglio la visione di questo video (a mia volta suggeritomi dal buon Fabin), in cui l’attuale informatico di San Marino racconta il suo momento di gloria.

senza canappa, il simpatico Davide

Io però voglio parlare dell'altra faccia della luna, del "guilty" Stuart Pearce e del difficile amore tra lui e i Mondiali di calcio, per cui necessita fare qualche passo indietro.

anvedi che bellezza


TRE ANNI PRIMA

Italia'90, semifinale: Inghilterra gegen Nazis.
Dopo aver faticato a superare la fase a gruppi, la Germania Ovest, da sempre Nazionale refrattaria all'uscita anzitempo di scena, di riffa o di raffa si ritrova per la centoquarantacinquesima volta a giocarsi l'ingresso in finale. Dall'altra parte ci sono i Tre Leoni che, con usta e di misura, hanno eliminato tutti gli avversari che si son fatti sotto. Nonostante i risultati non straordinari è un'Inghilterra insolitamente bella, più grezza di quelle che sarebbero venute dopo ma con un 'heart and soul' che ai sudditi di Sua Maestà ricordano quella del'66.

Immagini così si vedono solo nella pagina di "Foto imbarazzanti feste"
Tra l'altro quello vestito da portiere è mio nonno

Ma veniamo al match.
I tempi regolamentari raccontano di uno sbiadito 1 a 1, mentre i supplementari non danno altra notizia che di due legni, uno a testa, indi per cui: rigorata. A sbagliare per gli inglesi, oltre Waddle, è il difensore con il numero 3, Stuart Pearce, e chi sennò? l'ex-elettricista detto "Psycho" che nel dopo lavoro gioca come terzino nel Nottingham Forest e a dirla tutta non lo fa nemmeno male. 

Gnint da fer, Stuart.

Stuart è un personaggio pittoresco, tanto schivo fuori dal campo quanto impulsivo e irascibile sul terreno di gioco: uno cui è facile venga la mosca al naso, come avrebbe detto mio nonno, i cui primi anni di attività vengono ricordati così su più di un sito: "full-blooded days". Da questo, ovviamente, il soprannome "Psycho".
Carismatico oltre ogni dire, Roy Keane (non proprio il figlio della portinaia) lo ha definito come:"Un uomo in mezzo a dei bambini", tanto per rendere l'idea dell'aura di autorità che lo circondava nello spogliatoio e da cui sicuramente deve aver preso spunto. 
Sul campo è un più che discreto difensore, ma ciò che lo rende speciale è la generosità agonistica. Ne ho letto una brillante definizione in lingua, che tradotta in italiano suona più o meno così:"Vorrei dire che indossa il cuore sulla maglietta, ma non posso, perché le maniche corte che porta col sole o con la pioggia, quasi siano il suo segno distintivo, rendono la maglietta stessa troppo corta per contenerlo tutto". 

Gli sta dicendo:Tirati su, merda".

Tornando bruscamente a noi, i bianchi di Inghilterra salutano il Bel Paese e tornano oltremanica. Due sono le foto che appendono al muro dei ricordi: le lacrime di Gazza e il penalty sbagliato di Pearce.



UN AMORE MANCATO

Il destino però dà sempre una seconda possibilità. Stuart e i Mondiali si ritrovano a Bologna, una fredda sera d'autunno che, come abbiamo letto duemila righe sopra, fa da preludio ad una notte senza luna. Certo, non che Pearce si presenti bene all'appuntamento, ma del resto è comprensibile, non è esattamente "lui... garofano rosse e parole, una vecchia cabriolet", anzi, è diventato più brutto dei debiti e ha il ghigno del cane che "esce pazzo". Insomma: non era stato love at first sight tre anni prima, non era scoccata la scintilla ora. Il pretendente è rifiutato e la situazione sentimentale su facebook viene aggiornata in "davo solo un'occhiata".
Il povero Stuart se ne va da Bologna con il cuore in fondo al pozzo, senza nemmeno aver strappato alla dama ambita un piatto di tortellini, questa volta ritorna in patria atteso dal capestro accusatorio della stampa, pronto ad essere giudicato come il bandolero che ha spedito in soffitta tutte le ambizioni mondiali inglesi, non è più lo sfortunato eroe di Italia'90.

E ora una canzone triste che renda l'idea.



IL MIGLIOR PSYCHO DAI TEMPI DI HITCHCOCK

Tutto il peggio possiamo dire degli inglesi, ma non che non siano furbi.
All'inizio degli anni'90, ormai fuori dai processi europei che avevano condannato i club d'Albione all'autarchia e avevano loro impedito di prendere parte alle competizioni continentali, la F.A. sa di poter contare su un buon numero di giocatori più che discreti ma cui manca quel quid per permettere al proprio paese di tornare in auge.
Quale miglior occasione se non l'organizzazione degli Europei di calcio?


I Tre Leoni passano agilmente il proprio girone e approdano ai quarti contro la Spagna.
Dopo 90 minuti la conta delle reti è ancora ferma a 0 e dopo altri 30 il risultato non cambia.
Ancora una volta si va ai rigori.

Potrei scrivere di questo filmato per almeno quattro fogli di word e quindici schermate di blog, ma sarebbe superfluo. L'unica cosa che mi sento di dire è che sono poche le cose che mi hanno trasmesso così tanta carica, ma roba che prenderei la macchina e, full gas, mi lancerei di notte lungo una strada qualsiasi, con la musica a tutto volume e i finestrini abbassati.
Poi vabbè, mi ricordo di avere una Panda, e capisco di dover cambiare paragone.


A Pearce tocca il terzo rigore, come noto non proprio il più frivolo dei cinque previsti.
In quel tiro c'è tutta la frustrazione che Stuart ha accumulato da Italia'90 a quel momento, passando pure dal retropassaggio omicida contro San Marino.
La palla va dentro, un istante di quiete, la realizzazione consapevole di aver cacciato via i propri demoni, poi lo sfogo verso la folla, una serie di “Come on!” e “Fuck” a bocca spalancata, da insegnare nelle scuole calcio di tutto il pianeta. 
Una scena degna del suo personaggio ma soprattutto del suo soprannome: Psycho, sicuramente quello migliore, dai tempi di Hitchcock.


Quest'immagine è entrata a far parte dell'iconografia calcistica inglese, e a buon diritto, credo ne conveniate.

Certo però che è strana, la storia di Stuart Pearce.
Dopo un amore mai sbocciato con i Mondiali, s'è ritrovato costretto a cantarne l'assenza per tutta la carriera, confinato in un cono d'ombra quasi fosse vittima di una maledizione: mai 'na gioia. Poi la rivincita, quella dell'eroe perdente, seppur in una competizione di lignaggio inferiore, ma dal sapore più intenso, più genuino, proprio a Londra, at home: un miracolo a km zero, non la conquista della donna più bella, ma di quella amata, la confessione di tutto il proprio amore verso l'Inghilterra.

Chiedete a qualsiasi inglese quale sia il miglior giocatore ad aver indossato la maglia bianca dei Tre Leoni. Vi risponderanno Rooney, Lampard, Lineker, Bobby Charlton, Bobby Moore...
Ma credo che molti, nonostante tutti i nonostante, diranno Stuart Pearce, perché quando esulti così, fa lo stesso se non sei il migliore: è la tua esultanza che è la migliore che si sia mai vista.
E lo è per tutte le ragioni di cui abbiamo parlato.

Qu'est-ce que c'est
fa fa fa fafafafaaaa!!!


FICKEN, ARBEIT, CHRISTSOZIAL. TUTTO SOTTO LO STESSO CAPPELLO.

a Maurizio Milani, comico, scrittore surreale e "matto" vero

UNA STORIA MESSA LI' TANTO PER FARE

Una volta stavo tornando da Amsterdam e in aereo mi siede di fianco un ragazzo milanese ancora palesemente sotto l'effetto di narcotici/stimolanti/eccitanti e chi più ne ha più ne metta. Lo capisco al volo che vuole sfogare la sua alterazione attaccandomi una pezza disumana.
Mentre penso alle tattiche per zittirlo in tempo zero, lui parte in quinta sorprendendomi amabilmente.
"Oh bella zio! Di dove sei?"
Faccio per rispondere, ma non c'è verso.
"Cioè io sono appena stato ad Amsterdam (bella forza penso io, l'aereo parte proprio da lì), ma che figata è?"
Provo ad inserirmi nel discorso, ma la palla ce l'ha lui e io devo solo cercare di difendermi come posso. Sono in balìa degli eventi.
"Tutti questi barconi, cioè lì nei canali, ma che storia sono? Cioè te vai, ci suonano sopra, hai capito? Cioè cominci una festa ma sei sull'acqua! Sull'acqua porcogiuda! Sono dei fuori totali questi olandesi. Gli orange! Ahahahah! Gli orange sono dei fuori totali! Ma cioè, come ti viene in mente che fanno delle feste sui barconi? Ma che fuori sono? Ahahahah"
Giocoforza sorrido, forse solo nella speranza che smetta. Ma è evidente che quello che si è preso non gli scenderà tanto in fretta.
Mi tende la mano.
"Oh zio, io mi chiamo Andrea. Ma tutti mi chiamano L'Andrea. Che storia eh? E tu? Come fai di nome?"
Stavolta riesco a rispondere.
"Sono Matteo - shakero la sua mano - piacere Andrea."
"E di dove sei Matteo?"
"Sono di Riccò, appennino modenense."
"Appennino modenese? Mmmmmmm." Sta riflettendo. Immagino che la geografia del suo cervello sia un bel puzzle colorato e che non ci sarà verso per lui di mettere insieme appennino e modenese. Perciò provo a dargli un aiuto.
"E' un paese molto piccolo, è ad una quindicina di chilometri da Maranello. Hai presente dove è nata la Ferrari?"
Tenetevi forte perchè qui c'è da divertirsi.
"Maranello? Ma sei fuori zio? La Ferrari la fanno a Monza, figa."
"No Andrea, ti sbagli di grosso. La Ferrari è di Maranello."
"No zio! Te sei fuori! Come fa ad essere di Maranello se la pista è a Monza? Ma dai! La Ferrari è di Monza. Poi è rossa, come il colore del Monza. Cioè, è per forza di Monza. Ahahahahaha. Sempre simpatici voi emiliani! Ahahahah."
Sprofondo in un silenzio di tomba, mentre lui continua a parlare e a spiegarmi di quanto sia stato fico il suo soggiorno ad Amsterdam e di quanto siano fuori gli orange fino al nostro arrivo ad Orio al Serio.

un fenomeno vero

DUSSELDORF, KAISERSLAUTERN, BREMA: UN RESTEFICKEN DI TROFEI

Cos'è un "resteficken"?
A parte che mi ride anche il culo a scriverlo e a spiegarlo, il "resteficken", parolona teutonicissima, è una pratica che tutti gli uomini (e perchè no anche le donne) lettori di questo blog hanno sperimentato almeno una volta nella vita. Ne conosco alcuni che ne hanno fatto una vera e propria raison d'etre.
Tradotto letteralmente (o forse no) significa "scopare quello che resta". E scopare non nell'accezione dello spazzare in terra. Molte volte si può arrivare alla fine di una serata senza aver ancora battuto il martello sull'incudine e allora... Beh ci siamo capiti.
Adoro quelle lingue, tedesco e inglese in primis, che riescono a dare un nome alle azioni e alle sensazioni in maniera così onesta, prescisa e puntuale.

a volte esistono notti che non esistono

Dico la verità, non è che mi sia documentato troppo sulla vita da giuocatore del protagonista di questo articolo. Me lo immagino come difensore centrale arcigno e cane quanto basta, ma non sono questi sono i collegamenti che mi suscitano il suo nome e il suo faccione segnato da birre e imprecazioni irripetibili.
Ma quindi? Chi sarà il protagonista? E l'assassino?
Il primo indizio ce lo vuole dare il ragionier Ugo Fantozzi matricola 7829/bis. .

e fatevele due risate

Otto, perchè evidentemente di nome fa Otto, Rehhagel è il nostro eroe di giornata.
Giocatore a quanto pare mediocre, è l'Otto allenatore che siamo tendenzialmente obbligati a prendere in considerazione. Che i suoi miracoli li ha fatti in quella veste lì.
L'inizio è duro: tra il 1974 e il 1978, alla guida di Kickers Offenbach, Werder Brema e Borussia Dortmund, il nostro colleziona solo figure da cane impagliato. Da ricordare, sulla panchina dei gialloneri che adesso tutti invidiano in Europa, un clamoroso rovescio 0-12 (non avete letto male zero a dodici, come Benetton) contro il Borussia Mönchengladbach. Lasciamo perdere che si trattasse di un Mönchengladbach indimenticabile, quello delle coppe dei campioni e che lanciò Lothar Matthäeus, ma 12 gol di scarto sono una cosa fuori da ogni bollo. Persino i Pollos Hermanos sono riusciti a fare meglio e a perdere solo con 11 gol di scarto...

video
quando perdi 19-8, dovresti avere la buona creanza di tacere

Düsseldorf: i primi passi

Nella stagione 1978-79 Rehhagel riesce nella titanica impresa di salvare dalla retrocessione in Zweite Liga il derelitto Arminia Bielefeld e comincia a guadagnarsi un minimo visibilità tra gli addetti ai lavori.
La stagione successiva Otto si sposta un pelo più ad ovest e lo troviamo alla guida del Fortuna Düsseldorf, squadra che nella stagione precedente aveva alzato la Coppa di Germania. Si trattava del secondo titolo per i biancorossi concittadini del mostro, il primo conseguito nel dopoguerra poichè nel palmarès compare anche una Bundesliga vinta negli anni in cui Adolf Hitler stava sostanzialmente prendendo il potere.
Rehhagel eredita una squadra di onesti faticatori che non avranno problemi a salvarsi e che, perse al primo turno contro i Glasgow Rangers ogni velleità in Coppa delle Coppe, punteranno nuovamente tutto sulla coppa nazionale.
Dopo aver fatto wurstel e krauti di Borussia Neunkircken (4-0 a domicilio), Wacker 04 Berlin (2-0), SV Goppingen (4-1 fuori casa) e Karslruher (5-3 sempre fuori casa), il destino riserva a Otto due vendette saporite. Ai quarti il Fortuna demolisce i Kickers Offenbach per 5-2 e in semifinale ha la meglio sul Borussia Dortmund per 2-1, arrivando così all'atto finale contro lo 1.FC Köln (che da ora in poi chiamerò Colonia per rendermi la vita più semplice) che si sarebbe disputato il 4 giugno 1980 al Parkstadion di Gelsenkirchen.
Il Colonia non è avversario morbido, tant'è che tra le sue fila può contare sulla testa matta di Bernd Schuster, sul fosforo di Pierre Littbarski e sulle manone e sul buon senso di Harald Schumacher.
In sostanza il Fortuna non parte con ifavori del pronostico, ma l'uno-due assestato da Wenzel (60') e Thomas Allofs (65') ribalta l'iniziale vantaggio del Colonia e lascia il trofeo nella medesima bacheca dell'anno precedente.

i gol a 3:10 e 4:25

Brema: la saga di Addolorato

Ci vuole della fantasia per capitare a Brema. Non fraintendetemi, la città è bella, cordiale e offre spunti interessanti, ma di sicuro non figura nell'ipotetica top 100 delle mete più ambite che ognuno di noi ha o dovrebbe avere.
Un mio amico d'infanzia decise che lì avrebbe chiuso un periodo di tribolazioni causate dall'infausto triello fine di un rapporto+crisi esistenziale post adolescenziale+famiglia pesante. Enrico detto Baderro detto Erik, che qualcuno di voi conoscerà anche di persona e/o come bassista notevole, tornò rigenerato e con un tatuaggio incomprensibile e bellissimo sull'avambraccio sinistro.

"O zio, io domani vado a Brema"

Io invece ci capitai, insieme all'inseparabile Paolo Gianaroli, per i preliminari di Champion's League che precedettero l'infausta, per me e per il mio amato Doria, stagione 2010-2011. Prendemmo tre pere (una delusione da niente se pensate a come è finito il ritorno) ma passammo delle belle giornate in un centro storico fatto di costruzioni che sembrano dover bucare il cielo e richiami ai musicanti di Brema in ogni dove. Tra l'altro ho il vago ricordo, e qui Giana può smentirmi brutalmente o gioire per le mie capacità mnemoniche rimaste intatte, che in quasi tutti i bagni dei pub/bar/ristoranti figurasse il disegno della silhouette dei quattro musicanti suddetti.
In ogni caso bella Brema, una bellissima sorpresa. Non come Hannover che assistette ad una vergognosa pagliacciata, ovviamente tra me e Giana, esattamente a metà tra una lite tra donne del ghetto e una sceneggiata napoletana alla Mario Merola. Per intenderci volevamo picchiarci (chiaramente tutto scaturì da motivi che definire futili è superfluo) ma tecnicamente riuscimmo solo a rotolarci per terra mulinando braccia e gambe e venimmo cacciati fuori dal più brutto pub che la città di Hannover potesse offrire ai, pochi presumo io, turisti che la visitavano.
Italians do it better, non c'è che dire.

se la mascotte della tua città sono 4 animali messi uno sopra l'altro, beh potresti fartele due domande...

Chiaro è che non ho tutta questa simpatia per i verdi di Brema. Anzi di base spero che facciano la fine del Messina o dei Glasgow Rangers.
Ma, sfortunatamente, non sono qui a sbabbelare sulle mie simpatie/antipatie calcistiche e non. Oggi mi trovo qui a scrivere di Herr Otto Rehhagel e della sua innata capacità di organizzare le nozze coi fichi secchi.

ogni riccio, un capriccio

Il Werder Brema non era mai retrocesso, ma anzi aveva anche messo in bacheca una Bundesliga e una Coppa di Germania, prima del 1980. E invece, proprio nella stagione in cui Rehhagel metteva in bacheca il suo primo trofeo, i verdi salutavano mestamente la Bundesliga per la prima volta.
Ma non crucciamoci troppo. Giusto il tempo di trascorrere un anno tra i cadetti e riuscirono a risalire con meno patemi della Sampdoria di Iachini (io ti vorrò sempre bene Beppe, sappilo).

La dirigenza del Werder, ritrovata la massima serie, decide così di affidarsi proprio a Rehhagel per cercare di ritrovare i fasti, o almeno la stabilità, degli anni passati.

Il sodalizio tra il club e l'allenatore di Essen si rivela duraturo ma soprattutto prolifico. Infatti Otto resterà al timone dei verdi di Brema per qualcosa come 14 stagioni, rimpolpandone in maniera sostanziale la bacheca e valorizzandone i giocatori.
A questo proposito si racconta che le due curve del Weserstadion di Brema, siano state edificate grazie ai soldi racimolati dalle cessioni di Rudolf Völler (detto Rudi) alla Roma nel 1987 e di Karl-Heinz Riedle alla Lazio nel 1993.
Nell’era Rehhagel il Werder vince due volte la Bundesliga (1987-88 e 1992-93), sfiorandola altre 4 volte. Ma sfiorandola davvero, sapete?
1982-83: a parità di punti, Werder secondo e Amburgo* primo per differenza reti sfavorevole;
1984-85: chiude secondo a 4 punti dal Bayern Monaco;
1985-86: continua la maledizione della differenza reti e a beneficiarne, alla faccia di Otto e dei suoi ragazzi, è ancora il Bayern;
1994-95: ancora secondo, stavolta dietro il Borussia Dortmund, per la bellezza di un punto.
Saranno due anche le Coppe di Germania conquistate, ai danni di Colonia e Rot-Weiss-Essen (la squadra del paese natale di Otto), al termine delle stagioni 1990-91 e 1993-94. Ma saranno altrettante anche le coppe sfuggite all'ultimo atto contro Borussia Dortmund, 1988-89, e l'anno seguente contro il Kaiserslautern.
A rimpinguare la bacheca del Werder ci sono anche tre Supercoppe di Germania (1988, 1989, 1993) strappate dalle mani di Eintracht Francoforte, Bayer Leverkusen e Bayern Monaco.

*Angolo curiositá: lo sapevate che l’Amburgo è l'unica squadra ad aver preso parte a TUTTE le edizioni della Bundesliga e per questo motivo è soprannominata il “Dinosauro”?
E pensate, strano ma vero, che nessun supporter dell'Amburgo ha creato la spilletta "Mai stati in B".

i tedeschi si riconoscerebbero ovunque

Anche in Europa, Otto e i suoi ragazzi, si costruiscono una reputazione di buon livello. Partecipano per sei volte consecutive alla Coppa Uefa e raggiungono per due volte la semifinale silurati una volta dal Bayer Leverkusen in uno scontro fratricida (annata 1987-88) e l'altra dalla Fiorentina di Baggio e Borgonovo (1989-90), che poi verrá “misteriosamente” sconfitta in finale dalla Juventus.
Le due partecipazioni in Coppa dei Campioni, invece, vengono frustrate per due volte dalla stessa squadra, all'apoteosi di due cicli vincenti: il Milan di Sacchi nel 1988-89 e il Milan di Capello nel 1993-94. L'onore è comunque salvo.
Menzione speciale merita ovviamente la Coppa delle Coppe che viene alzata dal Werder Brema il sei maggio 1992 contro il Monaco di Arséne Wenger nello stadio di Lisbona dopo una cavalcata che ha visto Otto e i suoi ragazzi eliminare nell’ordine Bacau, Ferencvaros, Galatasaray e Club Brugge. Le reti vengono siglate dal fido scudiero di Otto Rehhagel, con lui già ai tempi di Dusseldorf, Klaus Allofs e dal neozelandese Rufer.
Ad oggi questo è l’unico trofeo internazionale sollevato dai verdi.

ma quanto era bella la Coppa delle Coppe? 

Intermezzo acido: Monaco di Baviera

Alla conclusione della stagione 1994-95 Rehhagel è cercato dal club piú blasonato di Germania e non se la sente di dire di no. Per cui si accomoda sulla panchina bavarese del Bayern Monaco. Il feeling con Franz “die Kaiser” Beckenbauer non decolla e Otto viene esonerato poco prima del tramonto della stagione, non potendo gustarsi nè il trionfo in Coppa Uefa nè un onorevole secondo posto in campionato.
Per spiegare l'allontanamento di Otto dalla panchina del Bayern potremmo usare una frase che sono soliti utilizzare sia il mio compagno d'avventure del blog, sia Giampiero “Marisetta” Boniperti: “Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta”.

Kaiserslautern: miracolo al Fruchthalle

I treni per Yuma passano una sola volta nella vita. Ma se non ti portano da nessuna parte o puoi ripartire e cercare altre mete o morire chiedendoti dov'è che hai/hanno sbagliato. Tertium non datur.
Così il buon Otto decide di accettare il disperato grido d'aiuto del Kaiserslautern e si presenta, con la sua consueta grinta, al capezzale di una delle grandi decadute del calcio tedesco. I rossi della Renania sono inspiegabilmente retrocessi nella Zweite Liga al termine di un'orrifica stagione 1995-96 e necessitano di un ottimo medico per guarirli.
Herr Rehhagel indossa il camice, porta il Kaiserslautern ad ammazzare il campionato cadetto e festeggia l'obiettivo minimo della stagione.
Poi comincia la stagione 1997-98 e l'idea è centrare una salvezza tranquilla con, magari, una qualificazione europea.
E invece... E invece per spiegare quanto accadde vado in prestito di parole da Zeman e dal suo splendido post su Archie Gemmill.
"Facile quindi dedurre la storia dei Rosso-Garibaldini, che vincono il campionato al primo tentativo e -tanto per gradire- in qualità di neopromossa, cosa che nella casistica delle imprese possibili si colloca tra "pace in medioriente" e "colleghi di lavoro simpatici".
Incredibile ma vero il Kaiserslautern di Rehhagel va in testa al campionato alla quarta giornata, dopo aver regolato a domicilio il Bayern Monaco di quell'eterno ragazzo sopravvalutato di Giovanni Trapattoni, e non la mollerà mai più.
Fu una stagione di grazia e di colpi di genio per tutti. Le paratissime di Reinke, le insospettabili geometrie di Ciriaco Sforza, i grappoli di gol di Olaf Marshall (21 in 24 presenze), la scoperta di Michael Ballack (un talentino che di lì a poco avrebbe preso per mano il calcio tedesco), il carisma di Andreas Brehme, le entracce di Schjønberg e Kadlec, le sfuriate di Kucka. Tutto sapientemente shakerato dal carisma e dell'acume di Herr Otto e servito in faccia agli avversari che non possono credere che il Maisterschaele venga alzato proprio dalla banda Rehhagel.

eventi improbabili, colorazioni incredibili, pettinature rivedibili

Nei due anni successivi arrivano due quinti posti e un quarto di finale di Champions League perso malamente contro il Bayern Monaco, che poi verrà giustiziato dal Manchester nell'indimenticata finale di Barcellona.
E così il tempo di Otto a Kaiserslautern finisce, lasciando ricordi dolci e un'aura miracolosa che ancora accompagna i racconti di quell'immaginifica stagione che vide il primo, e finora unico, trionfo di una neopromossa in Bundesliga.

UNA STORIA MESSA LI' TANTO PER FARE, ver. 2.0

Il locale si estendeva su due piani. Quello di sotto, più spazioso, regalava musica elettronica a volumi improponibili. Quello di sopra, imballato di sofà e divani, si beava con un sound lounge e aperitivi alla frutta. Lei stava appoggiata al bancone del piano terra e lo fissava da almeno due canzoni (e riconoscere due pezzi distinti di musica elettronica è sintomo di grande conoscenza o di profondo disagio mentale). Lui era in attesa del suo long-strong-drink a pochi metri da lei. Lei, con movimento felino, si avvicinò al suo orecchio e gli sussurrò: "Ti va una sveltina in bagno?".
Per quanto fosse improbabile, causa musica alta, lui riuscì a comprendere l'invito. La osservò, minuta, corvina, tremendamente sensuale e annuì fieramente distaccato.
"Ehi capo! Il drink!". Si voltò prese il bicchiere e la cercò nuovamente con lo sguardo. Ma lei non c'era più. Diede una lunga sorsata e provò a riflettere.
All'improvviso comprese. Finì il drink con un ultimo lungo sorso e si inerpicò tra la folla per salire le scale e raggiungere i bagni soprastanti.
Riuscì ad entrare nella zona adibita alle ragazze e aspettò.
Dopo 15 minuti buoni decise di darci a mucchio e che, probabilmente, la bellezza di prima era soltanto uno scherzo dei drink, delle luci e della musica alta.
Ridiscese le scale e la vide mentre, con aria corrucciata, si rimetteva la giacca e si preparava ad uscire. I loro sguardi si incrociarono e lei con un ghigno beffardo disegnò con la mano una L sulla fronte e scandì un labiale inconfondibile: Loser. Poi se ne uscì.
Lui si rimise a banco, ordinò un altro drink e si mise a ridere di gusto.

UNDERDOG

Prima che Angela Merkel andasse dal sindaco della Grecia e, a grandi linee, gli spiegasse che "o ci date tutto quello che avete o ti do' uno schiaffo" i rapporti tra teutonici ed ellenici non erano lo stesso una passeggiata di salute. Gli eccidi nazisti, per usare un eufemismo, non avevano lasciato dei ricordi gagliardi ecco.
Poi, per quel che può contare, nel 2001 la scarlancata nazionale di calcio della Grecia viene affidata al protagonista d'acciaio di queste righe.
A Herr Rehhagel viene chiesto semplicemente di salvare l'onore calcistico di una nazione che, dopo la sporadica avventura dei mondiali di USA '94, aveva fatto la fine del porco ad una grigliata. Semplicemente spolpato.
Otto forgia il gruppo su idee semplici (4-4-1-1 e via pedalare) e 4 uomini cardine: difesa accortissima e contropiede orchestrati principalmente dal "fu" perugino e romanista Traianos Dellas, dai centrocampisti Basinas e Zagorakis e dall'ex interista Karagounis.
Penso che sia chiaro a tutti che se questi sono gli elementi di spicco della nazionale l'unico approdo possibile dovrebbe essere il divano di casa o il banco del baretto. E invece... E invece niente.
Le prime due gare di qualificazione all'Europeo, in casa contro la Spagna e nell'inospitale Ucraina, si fregiano dello stesso risultato. 2-0 per gli avversari della Grecia e cammino parzialmente compromesso. Poi qualcosa accade e i blu di Atene cominciano a triturare gli avversari ad uno ad uno, mettendo in cascina sei vittorie consecutive tra cui il fondamentale successo fuori casa (griffato Giannakopolous) contro la Spagna che costringerà le furie rosse a disputare lo spareggio per poter arrivare in Portogallo e disputare gli Europei.

li hanno smarriti tutti

Otto e i suoi ragazzi vengono sorteggiati nel girone A coi padroni di casa del Protogallo, di nuovo la Spagna e la mai catalogabile Russia.
Credo che il più ottimista tra i sostenitori ellenici abbia commentato con un sobrio:"Rompete le righe, ognun per sè e dio per tutti!". Per dire del clima che aleggiava intorno alla Grecia, i bookmakers inglese quotavano a 100 un'eventuale vittoria della competizione e a 45 un eventuale passaggio del turno.

12 giugno 2004, Oporto, Portogallo-Grecia.
Clima da gran festa per i padroni di casa che, guidati dalla stella nascente di Cristiano Ronaldo, da Deco e dagli infiniti Luis Figo e Manuel Rui Costa, si preparano a sbranare in un sol boccone i malcapitati greci, sparring partner dell'evento. Inizio arrembante dei lusitani, ma dopo 7' Karagounis pesca il jolly da fuori area, concludendo un veloce ripartenza con una rasoiata che si infila nel sacco. 0-1. Poi, dopo un primo tempo all'insegna del "ma non dovevamo vincere facile?", il terzino Seitaridis si guadagna un rigore ineccepibile che Basinas trasforma. 0-2. Scene di sconforto e incredulità vera sugli spalti e in campo, dove i portoghesi non riescono bene a capire che cosa sia andato storto. A pochi spiccioli dalla conclusione dell'incontro Cristiano Ronaldo riesce a buggerare Nikopolidis, ma è troppo tardi. E' troppo tardi per sentirmi nuovo, tardi per sperare, è troppo tardi per cambiare ancora. (cit.)

16 giugno 2004, Oporto, Grecia-Spagna.
Altra gara dal pronostico a senso unico. Gli spagnoli hanno silurato la Russia all'esordio e sono pronti a staccare il pass per i quarti di finale con una gara d'anticipo e il primo tempo, firmato da un bel gol di Fernando "el moro" Morientes, sembra avallare le aspettative. Epperò...
Epperò in quel sedici giugno entra in scena uno dei protagonisti meno attesi di tutta la competizione: la sua maglia è bianca e azzurra e il suo nome è Angelos Charisteas. L'attacante del Werder Brema (raccontare queste storie è un pozzo senza fondo di richiami, cani che si mordono la coda e corsi e ricorsi storici) realizza il pareggio a metà ripresa e, complice la contemporanea vittoria del Portogallo sulla Russia, rimanda i verdetti all'ultima giornata.

20 giugno 2004, Faro, Russia-Grecia.
Come scritto sopra, la Russia è una squadra inclassificabile. Alterna sempre prestazioni ai limiti della perfezione a partite belle come una puntata di Colorado.
Nella fattispecie siamo nella giornata buona e in soli 17 minuti si trovano davanti di due reti (notevole il secondo gol di testa, in tuffo, da parte di tal Bulykin). Otto e i ragazzi non si scompongono, poichè anche in caso di sconfitta, restando permanente il risultato di 0-0 nella sfida tra Portogallo e Spagna, la qualificazione ai quarti di finale sarebbe assicurata. In ogni caso a fine primo tempo quel gran genio di Zisis Vryzas, il "bomberino" lanciato dal Perugia di Gaucci e Cosmi, trova la rete per dimezzare lo svantaggio. Rete che si dimostrerà fondamentale perchè il Portogallo batterà la Spagna e la Grecia riuscirà a qualificarsi ai danni delle 'furie rosse' in virtù della differenza reti.
A conti fatti una buona botta di culo.

25 giugno 2004, Lisbona, Francia-Grecia.
Mentre i cuginastri d'oltralpe già pontificavano su chi sarebbe stato meglio affrontare in semifinale, Otto Rehhagel catechizzava i suoi ragazzi come un novello Leonida prima delle Termopili. "Portiamoli sul terreno a noi più congeniale, spazi stretti, marcature ruvide,poche fighinate e, quando e se ne avremo la possibilità, facciamo loro male. Ora andate e divertitevi."
E gli ellenici si sono divertiti davvero! Primo tempo quasi incredibile con almeno 4 nitide palle gol non concretizzate e nella ripresa, dopo un qualche fisiologico tentativo della Francia, cross di Zagorakis e incornata vincente di Angelos Charisteas. Ancora lui!
Allez les blues! Allez à la maison!

come andrà a finire?

1 luglio 2004, Oporto, Grecia-Repubblica Ceca.
Succede che, nella semifinale degli outsider, la Grecia è molto più outsider della Repubblica Ceca. Sin dall'inizio i greci capiscono che sarà partita da uomini veri e non da ballerine (nonstante la presenza in campo del noto tuffatore Pavel Nedved) e non si fanno pregare. Usano molto spesso le cattive per fermare gli attacchi cechi e riescono, anche grazie alla traversa, all'imprecisione di Baros e ad un paio di interventi decisivi di Nikopolidis, a portare la partita ai supplementari. E qui succede l'irreparabile.
Apro una piccola parentesi. Conoscete la regola del silver gol? Se sì andate pure avanti, se no cliccate sul link apposito.
Ultimo minuto del primo tempo supplementare, corner per la Grecia. Si appresta a batterlo Tsiartas che esegue uno schema provato e riprovato in allenamento: palla sul primo palo nella speranza che qualcuno si inserisca e gonfi la rete. Beh quel qualcuno si chiama Traianos Dellas e, contro ogni pronostico e contro il buon senso, i ragazzi di Otto Rehhagel vanno a giocarsi l'ultimo atto di Euro 2004.

(Nato il) 4 luglio 2004, Lisbona, Portogallo-Grecia.
Non so in quanti tornei la partita di apertura sia coincisa anche con la partita di chiusura (leggasi finale), ma il caso ha voluto che il Portogallo avesse la sua rivincita contro i carneadi che li avevano scofitti all'esordio. Roba da matti, credo converrete con me.
Forti della lezione subita la prima volta, i portoghesi non danno alla Grecia la possibilità di passare la metà campo per i primi venti minuti e chiamano il brizzolato portiere Nikopolidis ad un paio di interventi di rilievo. Poi, quando sarebbe giunta l'ora di azzannare la preda, i lusitani gigioneggiano e si specchiano sovente, trovandosi anche molto belli, ma regalando la possibilità alla Grecia di serrare le fila dopo la buriana iniziale.
Così, sempre sullo 0-0, il secondo tempo comincia sulla falsariga del primo ma con meno convinzione e cattiveria da parte dei dragoni. Che prima sfiorano il vantaggio con Pauleta (attaccante triste che più triste non si può, che per me rimarrà sempre un mistero della fede) e poi capitolano su azione di calcio d'angolo. Il portiere Ricardo, l'eroe del quarto di finale contro l'Inghilterra (parò un rigore decisivo a mani nude e andò a calciare il seguente), esce completamente a cazzo e Angelos Charisteas -ancora lui!- la inzucca lemme lemme in rete.
Il risultato non cambierà fino alla fine e lascerà una nazione intera a piangere e chiedersi come sia stato possibile essere così minchioni e un'altra a festeggiare l'appuntamento con la storia.
In soldoni chi vince festeggia, chi perde spiega.

il miracolo è compiuto

Smaltita la sbornia da vittoria, Otto Rehhagel condurrà i greci ad un altro europeo (con risultati meno eclatanti, giocoforza, del precedente) e al mondiale in Sudafrica dove la Grecia troverà, contro la Nigeria, la prima e, finora, unica vittoria in un Campionato del mondo.
Dopo l'esperienza sudafricana Herr Otto lascerà la Grecia per ritirarsi a vita privata, ma la chiamata del derelitto Herta Berlino, nel 2012, gli farà cambiare idea anche se solo per mezza stagione.
Infatti il club capitolino, in condizioni finanziarie e di classifica vergognose, cercò di aggrapparsi all'ultimo totem del calcio tedesco che, seppur di un soffio (spareggio perso contro il Fortuna Dusseldorf, proprio la squadra con cui Rehhagel aveva vinto il suo primo trofeo), non riuscì nell'impresa.

Adesso Otto Rehhagel fa il pensionato e passa le giornate raccontando ai nipoti come un tempo si riuscivano a vincere campionati lontani da Monaco o da Dortmund e di come trasformò un'armata brancaleone nella squadra che mise in fila l'Europa.

BUTTERFLY EFFECT – LO STRANO CASO DI HELMUT HALLER




 CAPITOLO 1 – IL TOMBEUR DE FEMMES DI SESTOLA



Pievepelago, Paleolitico Medio. Bologna FC in amichevole


Era l'autunno del 2012, ero al lavoro, e in un momento di pausa, mentre leggevo le news sul sito del Corsera, m'imbatto in una notizia che calamita la mia attenzione e senza volere ne dico il titolo ad alta voce:”È morto Haller.” Al tempo ero in ufficio con due signore di sessant'anni che a di lì a poco sarebbero andate in pensione, e nel sentirmi dire così, la più alta in grado mi chiede:”Haller? Il tedesco? Quello che giocava a Bologna?”, ed io, enormemente meravigliato dalle sue parole le replico:”Proprio lui, come fai a sapere chi fosse?”




Bello magari non lo era

 Facevo fatica a capacitarmene, Haller era un mezzo sconosciuto anche per me, come poteva una signora di sessant'anni, tendenzialmente disinteressata al calcio, sapere chi fosse? E lei:”Da bambina andavo sempre in vacanza una settimana a Sestola con mia mamma, proprio nel periodo in cui il Bologna era lì in ritiro estivo. A volte capitava che i giocatori del Bologna organizzassero delle feste e alla sera uscissero tutti insieme. Sestola non è grande e capitava di incontrarli in giro. Tutte le volte che succedeva, Haller ci provava con mia madre e la invitava a unirsi a loro; una volta l'aveva seguìta fino all'albergo”.
Non resistendo le faccio il domandone:”E tua madre?”
Probabilmente l'avevo formulato male o non andava proprio fatto perché “Certo che no, ma per chi l'hai presa?” e -lavorativamente parlando- quella giornata, quella seguente e quella ancora dopo sarebbero state un massacro.*

La Sciura in questione


CAPITOLO 2 – UBER HALLER

Attenzione: il Bologna cui mi sono riferito non è quello “che tremare il mondo fa” bensì il Bologna del “così si gioca solo in Paradiso”, Campione d'Italia del 1964, vincitrice del primo e finora unico Scudetto assegnato per spareggio.

Addentrarsi negli accadimenti di quel campionato sarebbe interessante ma lungo, e poi la Dotta è piena di giornalisti e luminari del pallone che ne sanno più di me e ai quali potreste rivolgervi per conoscere storie e leggende di quell'avvincente torneo, tra scandali di doping, presidenti colti da infarto sul più bello (Dall'Ara, Presidentissimo del Bologna morì quattro giorni prima di vedere la propria squadra battere l'Inter Campione d'Europa di Helenio Herrera e aggiudicarsi così il Tricolore), e smanie di spareggio. Infatti, per la rubrica “forse non tutti sanno che”, e anche perché entrambi noi autori del blog siamo di Modena e quello bello dei due tifa Sampdoria, lo stesso giorno dello spareggio di Roma tra Bologna e Inter, a Milano se ne giocò un altro, guarda un po', proprio tra Gialli e Blucerchiati. Chi retrocesse? Non posso che rimandarvi ancora una volta al massimo esperto di football della regione che ho precedentemente tirato in ballo, di sicuro lui lo sa.

Il Civ, esempio di sobria cultura bolognese nonché di eleganza lessicale e buona educazione

Io però vorrei utilizzare Haller a mo' di volano della vicenda che vorrei raccontare perché due suoi gol, bellamente passati in cavalleria, racchiudono una storia poco conosciuta che aspetta solo d'essere scritta da penne migliori della mia, ma in cui io desidero comunque cimentarmi. Per cui, all'alba della seconda pagina di word, s'attacca a sonà e, a ritmo di trotto, conto d’arrivare presto a un dunque.

Helmut Haller nasce ad Augsburg nel 1939, trequartista, all'occorrenza attaccante, quel ruolo che in pieno romanticismo si sarebbe detto “mezzala”.
Ma questa è accademia, è come quando nelle interrogazioni di italiano alla domanda:”Parlami di Machiavelli”, c'è sempre lo scienziato che risponde con un inutile e stucchevole:”Nato a Firenze nel 1469, cancelliere della Repubblica fiorentina...”, quand'è chiaro a tutti che deve solamente sbrodolare qualche nozione de “Il Principe”, e se ne tornerebbe al banco con un ecumenico 6+ e buonanotte al secchio, ci si vede il prossimo quadrimestre.



Haller è un tipo strano. È un tedesco atipico, atipico in tutto.
Ha un debole per la buona cucina, il vino rosso e le belle donne (#afigaforte), e una volta arrivato a Bologna non impiega molto a capire che quello che riesce meglio alle rezdore del posto non sono i tortellini.
A Torino, perché dopo quella del club emiliano indosserà anche la casacca bianconera (con cui vincerà due scudetti), lo chiamano “Il Napoletano”, per il suo modo di fare estroverso e giocoso. Non proprio esempio di campione da “alle otto tutti nel trapuntino”, ma amante della bella vita e dei locali notturni, proprio durante la sua permanenza juventina viene escluso dalla squadra titolare alla vigilia di un derby, perchè pizzicato in un night di Wolverhampton, con un bottiglia di champagne in mano, dopo una gara di Coppa Uefa. Per la cronaca il Toro ringrazierà Vycpalek, allenatore della Giuventus, passerà all'incasso e vincerà 2 a 1.

“Al Tudàsc”, come lo chiamavano affettuosamente a Bononia, è un Dieci, ma un Dieci per davvero, e anche questo fa strano se si pensa che è crucco e che terra di Cermania non ha mai esportato troppi fantasisti degni di tale nome e tale numero. Ma Helmut è diverso e non a caso nel 1999 verrà eletto “Centrocampista tedesco del secolo”.
Haller calcia preciso e forte con entrambi i piedi, combina un magnifico possesso palla ad un eccellente dribbling,  inquadra straordinariamente bene la porta, e, non ultimo, sublima gli attaccanti supportandoli con passaggi “alla muta”, ricavati in varchi larghi non più di un pallone, che riesce ad immaginare solo lui. È solito ripetere ai compagni che gli chiedono palla “Tu non chiama! Io vedo e ti dà”, e questa indicazione è perfetta sintesi del suo stile di gioco.



CAPITOLO 3 – IL GOL FANTASMA, OVVERO DELLA SUBDOLA MANLEVA SOVIETICA

"Proteggerti da cosa? Dai teTeschi?"

Bignami sull'Haller “italiano” scritto, letto e vidimato, scappiamo su a Bonn (non ancora Berlino: distinzione importante, ocio!) e prendiamo in considerazione l'Haller europeo, un vero e proprio castigo di Dio per i portieri delle Nazionali avversarie, tanto che Beckenbauer, suo compagno nella rappresentativa della Germania Ovest,  ha detto di lui:”È stato sicuramente uno dei migliori calciatori con cui abbia mai giocato”. Considerando che in Germania Kaiser Franz ha potere di parola pressoché illimitato, si tratta di una dichiarazione “importante”, tanto per andare in prestito di un aggettivo appartenente alla ricca terminologia di Salvatore Bagni.

Una foto della Premiata Ditta Tetesca Haller & Beckenbauer

Corre l'anno 1966 e, proprio nel momento di massimo fulgore di Haller, in Inghilterra si disputano i Campionati Mondiali di calcio, che la Perfida Albione s'è aggiudicata alla puttanesca, essendo britannico il Chairman della FIFA ed essendo altrettanto lapalissiano il conflitto di interessi. Ma tant’è, queste cose fanno schifo quando a farle sono gli italiani, a qualsiasi altro popolo europeo vengono condonate.

La Deutscher Fussball Bund viene da due Mondiali opachi ed ha grande voglia di rivalsa: senza troppi patemi si presenta in semifinale contro l'URSS. Dall'altro capo del filo ci sono -manco a dirlo- i padroni di casa, i quali, per poter disputare la finale devono prima liquidare il Portogallo di un certo Signor Eusebio.

Eusebio

Nonostante un'ottima partita dei lusitani, i Tre Leoni volano in finale, intenzionati a certificare che la patria della Coppa Rimet non possa che essere inglese. I teTeschi invece non hanno vita facile contro i sovietici e se riescono ad imporsi per due a uno, molto lo si deve all’infortunio di Sabo (al tempo non potevano essere effettuate sostituzioni) e all'espulsione da parte dell'arbitro Concetto Lo Bello (lo stesso -combinazione- dello spareggio tra Bologna e Inter) del bomber Cislenko, punto di forza dei CCCP – Fedeli alla Linea (la linea non c’è).

Vi ricordate che qualche migliaio di righe fa avevo parlato di due gol di Haller passati ingiustamente in secondo piano? Ecco, il primo è uno dei due segnati proprio contro l’Unione Sovietica (per la cronaca l’altro lo sigla il giovane ma già carismatico Beckenbauer).

Il gol di Haller ricorda molto quelli che segno io durante i match del Calcetto & #Wellness

Siamo ad un punto cruciale della nostra storia.
L'URSS che esce sconfitta dalla semifinale è una squadra notevole, che difficilmente sarebbe stata messa sotto ben due volte in modo così netto e perentorio, per cui è lecito credere che qualcosa non torni. E infatti divampano le polemiche e, con la stampa italiana occupata a macellare mediaticamente gli Azzurri usciti malconci dal match disputato contro quella che tutti (gazzettieri in primis) avevano etichettato come “una squadra di ridolini”, tocca ai giornalisti francesi denunciare favoritismi nei confronti della Germania, la quale, pur mostrando il calcio peggiore del Mondiale, è riuscita a far saltare il canestro tutte le volte. Lineker al tempo aveva solo 6 anni, e diverse primavere più tardi avrebbe detto che “Il calcio è uno sport semplice: si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi”, ma in realtà il Mondiale del ’66 è l’eccezione che conferma la regola dato che undici tedeschi avevano giocato e vinto contro dieci argentini (uno espulso), un’altra contro nove uruguagi (due espulsi) e l’ultima contro nove russi (uno espulso e il secondo “arvinà”, per dirla nel dialetto del Frignano).
Sì, insomma, i nazionali crucchi non sono proprio gente profumata di sole e di speranza, non lo sono mai stati, ma questa volta hanno esagerato e c’è qualcuno che, proprio alla fine del match contro i sovietici, ha mal digerito i gol del Kaiser e del Casanova di Germania Haller, e se l’è legata al dito.

Una delle immagini della partita tra Germania e URSS

Giorgio Gaber direbbe:”Qualcuno era comunista”, e avrebbe ragione, perché qualcuno cui non erano andati giù i due gol segnati contro la Grande Madre Russia, era comunista "daboun mia da burla" e avrebbe vinto il premio come miglior attore non protagonista nel corso della finale tra Germania e Inghilterra.

Evito di farvi la cronistoria di quanto successo a Wembley, per cui these are the facts: finisce 4 a 2 per gli inglesi, tre gol li segna Geoff Hurst (‘na roba da regord!) ma uno di questi viene definito, per la prima volta nella storia del calcio, “fantasma”. Per la Germania invece segnano Haller (e questo è il secondo dei due gol di cui nessuno ha mai sentito parlare) che terminerà secondo solo ad Eusebio nella classifica dei cannonieri del torneo, e Weber.
Per maggiori delucidazioni si ammiri il video instagram che segue.



Dal 2'41''...sempre se non avete pazienza, ma guardatelo tutto, bestie!

Ebbene, il gol di Hurst che, per intenderci, taglia le gambe alla Germania e permette ai Tre Leoni di portarsi a casa l’uovo e la ballotta, non è da considerarsi tale perché il pallone, dopo aver picchiato la traversa, carambola nettamente prima della riga di porta.
La rete viene convalidata dopo una “discussione” tra arbitro e guardalinee.
Il virgolettato è d'obbligo perché al tempo l'inglese non è ancora la seconda lingua d'Europa e non è chiaro come l'arbitro svizzero Dienst abbia comunicato con il segnalinee sovietico Bachramov. Dalle immagini pare che si siano compresi a gesti e che un gol dapprima non ravvisato venga successivamente dichiarato valido solo su suggerimento dell'assistente.

Uno può anche non crederci ma questo signore è divenuto, in seguito a questa decisione, un eroe nazionale. Lo stadio di Baku, Capitale dell'Azeirbaigian è dedicato a lui. I due veterani di gioco sono Hurst, attaccante inglese e Tilkowski, portiere della Germania Ovest.

Qualcuno era comunista, dicevo, e quel qualcuno era il guardalinee sovietico (per la precisione azero) Tofik Bachramov, al quale non era piaciuto come la Germania Ovest di Haller avesse cacciato fuori la nazionale della propria Federazione natia.
Esistono diverse teorie circa i motivi che spinsero il signor Bachramov a prendere, volontariamente, una decisione sbagliata e mallevare l'arbitro Dienst di una responsabilità così grave. L'unica cosa chiara risulta, tuttora, il movente: danneggiare la Germania.
  1. Siamo in piena Guerra Fredda. Per noi forse è qualcosa di inconcepibile ma al tempo era una questione dannatamente seria e la battaglia si combatteva su più tavoli, non aveva importanza quali fossero: se il Muro di Berlino o una semifinale del Campionato del Mondo, non faceva difetto.
  2.  Il ricordo della guerra (contestualizzate la cosa: Germania contro Inghilterra, e uno degli uomini in nero è un ex-sergente dell'Armata Rossa: tetro e drammatico amarcord, in salsa sportiva ok, ma pur sempre tetro e drammatico amarcord) è ancora vivo e, anche se nessuno di questi calciatori è mai stato in guerra, sembra che ai tifosi inglesi rivolti al signor Tofik, o allo stesso Bachramov nei confronti di un giocatore tedesco, sia scappato detto:”Ricordati di Stalingrado!” che in quei momenti era peggio di un:”tua sorella è sempre stata ‘na puttana!”

Leggeri, gli inglesi... 

Ora: la domanda che mi son fatto io è questa. Come fu possibile che, dati cause e pretesti, la commissione designatrice avesse sottovalutato l'evolversi di un tale caravanserraglio di decisioni viziate? Possibile che nessuno dei membri avesse pensato che certe scelte avrebbero potuto inficiare sul risultato del match? O erano tutti completamente scemi (non detto scemi, ho detto geni! Cit. Fernando Alonso), o qualcuno di loro era in malafede.
La risposta giusta è la seconda. Bachramov aveva corrotto un membro della commissione designatrice affinché la scelta del guardalinee ricadesse su di lui.
A questo punto della storia c'è un'altra interessante domanda da farsi: a quanto ammontavano i trenta denari sborsati per la concussione? La risposta ha dell'incredibile, e se questo fosse un talk show manderei la pubblicità più lunga della storia della televisione dopodiché v’accoglierei con un plastico scala 1:2 della situazione, chiederei a Saviano di dire la sua sul Meridione, ma non lo è per cui vado al sodo, e spero di stupirvi dicendo che “pare” si trattasse di mezzo chilo di uova di storione, più comunemente conosciuto come caviale.

Uno dei tipici crostini a base di Caviale de La Sorgente 

C'è chi dice che la vendetta è un piatto che va servito freddo e chi, come me, pensa che sia un piatto da spaccare in faccia. Il signor Bachramov invece pensava fosse caviale, con buona pace di quel magnifico calciatore che fu Haller e di quei suoi due gol, i quali, senza che il tombeur de femmes di Sestola potesse nemmeno lontanamente immaginarlo, innescarono la rabbia di un perfetto sconosciuto, contribuendo a cambiare le sorti di un intero Mondiale, condannare il proprio paese all’ennesima sconfitta, e creare uno dei precedenti più discussi e discutibili del calcio come noi lo conosciamo. A volte non segnare è preferibile a far gol, specie se due reti comportano butterfly effects dal peso specifico incalcolabile. E se ci pensate, in Inghilterra andò proprio così.
Certo, se Bachramov non avesse avuto a disposizione un bene che, a causa della Guerra Fredda, era praticamente impossibile da reperire fuori dall’Unione Sovietica, forse racconteremmo la storia di Haller, della trionfale cavalcata della Germania Ovest e di quando segnò in finale di Coppa del Mondo, sollevando la Coppa Rimet a Wembley, nell’odiata Inghilterra. Sicuramente però sarebbe una storia meno interessante.

* Per la cronaca, la mia ex-collega è stata la mia massima maestra di lavoro. Se mai dovessi insegnare il mio lavoro a qualcuno, farei come lei ha fatto con me. Dovesse leggere dell'aneddoto sopra-riportato sono certo che non se ne metterà anche perchè ei (nel senso di Haller) fu, con tutte le attenuanti che sappiamo, ma ei fu. 

Imprescindibile questo sito cui ho tratto principio e ispirazione, di cui ringrazio il gestore.
http://eupallog-stories.blogspot.it/2012/07/lineffabile-storia-di-tofik-bachram.html

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