UN DISTILLATO DI VELENO

Vi dice niente tale PIRINAI, attaccante toscano di Borgo Buggiano in forza all'Inter negli anni'50?
Rispondete subito: o sì o no.
Se sì: bravi, potete avanzare di leggere questa serie di boiate.
Se no: fate uno sforzo di qualche minuto e, se vi va, seguitemi.

video

Prima goccia di veleno.
Sono i Mondiali del 1954 (per ricchezza di significati, tema ricorrente in questo blog) e l'Italia gioca contro la Svizzera che, in qualità di paese organizzatore, gode dei favori di un arbitraggio casalingo e casereccio. Il Byron Moreno dell'epoca risponde al nome di Viana, referee brasiliano corrotto dagli onesti dirigenti elvetici che gli hanno commissionato un delicato compito: far vincere i padroni di casa.
Segnano loro, segniamo noi con Boniperti detto "Marisa" (letto? Questa mettetela via che ci torno sopra dopo), quindi Pirinai mette in rete la palla del 2 a 1. Tuttavia il truffaldino direttore brasiliano, memore della calorosa ospitalità svizzera riservatagli poco tempo prima presso lo stesso hotel dov'erano (ma guarda un po'!) in ritiro i nazionali rossocrociati, annulla il gol del vantaggio azzurro. Il Pirinai, in barba al regolamento e come un Paolo Di Canio ante litteram, cosa fa? 
Prende, va da Viana e, daboun mia da burla, lo piglia bellamente a calci. Alé!


Seconda goccia di veleno.
Abbiam parlato di Giampiero Boniperti, soprannominato "Marisa"; a voler essere puntigliosi "Marisetta". “Soprannominato”, d'accordo, ma da chi? Sempre dal Pirinai, il quale, battezzato con acqua santa ed arguzia toscana, si diletta nel prendere per il culo i boccoli biondi del Capitano della Nazionale italiana e della Juventus, i quali gli donano quel qualcosa di femminile che infiamma l'esplosivo vernacolo del nostro protagonista che, come piace tanto dire sia a me che a Santu, ha la lingua che taglia, cuce e fa l’orlo a giorno.
C'è poi da dire che l'istrionico bombarolo bianconero, compagno di nazionale di Pirinai, incassa come un Gavioli qualsiasi e accetta, pur se a malincuore, d'essere scherzato.


Chi invece, alla terza goccia di veleno del solito Pirinai, reagisce, ma lo fa col classico aplomb britannico, è il gallese John Charles, per gli amici italiani: "Giancarlo, il Gigante Buono".
Charles, che di mestiere fa l'attaccante ed è compagno di reparto di “Marisetta” nella Juventus, passerà alla storia non solo per aver fatto parte del Trio Magico (Sivori-Boniperti-Charles, ndr) e aver di conseguenza messo a segno un puttanaio di gol, ma anche per la sua mitezza sul campo da gioco. Il gallese non venne mai ammonito o espulso. Pensate che durante una partita in cui tutti i difensori avversari lo presero ripetutamente a calci e gomitate, con bonomia degna di miglior causa, pregò il partner d'attacco Giampiero affinché lo aiutasse:”Boni, fai tu qualcosa, difendimi: io non ne sono capace!"*
Piano però, perché questo non significa fosse il classico tipo "gràs gròs e balòs", anzi, se c'era da menare, questo giandone gallese picchiava a man salva.

Eccolo in un amorevole scambio di opinioni con El Cabezon Omar Sivori, al 2'09''

Tornando all'Ali Vs Frazier di cui sopra, si gioca Inter-Juventus e il Pirinai va a cercare Charles per provocarlo. Il tutto non è mosso da un principio di “things happen”, no signori: il toscano, esattamente come quando stritola i coglioni dei difensori avversari, allo stesso modo azzanna verbalmente i rivali più pericolosi per puro gusto di sfida.

Potete anche non credere che sia veramente andata come sto per raccontarvi, ma io c'ero e e l'ho vista dal vivo.
Charles, la Regina è sempre stata 'na puttana!” (vi faccio uno spoiler, immaginate oggi di sentirla dire da un “omonimo” del Pirinai). E il Gigante Buono, fiero come un pavone e con sguardo imperturbabile zittisce lo sfidante:”Non è la mia regina, io sono gallese.”
Per la serie “Ciapa sò e porta a cà” che, povero il mio Pirinai, Mister Charles ti ha dato una risposta che ti sta bene come un vestito nuovo.

Quarta goccia di veleno.
Abbiamo detto che il Pirinai milita nell'Internazionale, e ne è il terminale offensivo più avanzato. Alla sua destra gioca Armano, alla mancina Istvan Nyers e di spalla Lennart Skoglund.
Per questi ultimi due bisognerebbe aprire una serie di parentesi graffe, quadre, tonde e di altre forme che ancora devono essere inventate.
Istvan "Stefano" Nyers, magiaro di nascita e francese d'adozione, conosciuto come "il bomber apolide", è morto per malattia e miseria poco tempo fa in uno sconosciuto paesello di nome Subotica, al confine tra Slovenia e Ungheria. Fu un grande viveur del tempo e condusse un'esistenza molto al di sopra dei propri limiti e delle proprie possibilità. Amava l'alcol, il gioco e l'azzardo in genere, ed elesse Bologna (e non poteva essere altrimenti: del resto è la città godereccia per definizione) come dimora più consona alla sua persona. Stette lì fino a che le opprimenti nebbie emiliane non lo nascondessero ai più e ne accompagnassero il buen retiro a Subotica
Tanto per capire il folklore del personaggio, si trattava di uno che si presentava all'allenamento in Studebaker.


Invece di Lennart Skoglund, alias Nacka, svedese sbronzone, riporto uno spassoso aneddoto:"una volta chiamarono il padre perché ammonisse il figliolo a bere meno ma a tarda notte un dirigente dell'Inter pescò in un bar ubriachi di whisky padre e figlio."**
Roba se che non avesse giocato a calcio sarebbe diventato un Cerruti Gino qualsiasi.
Per la serie “paragoni azzardati? Menga tant...”: la moglie e i figli di Skoglund vivono ancora a Milano e hanno aperto una tabaccheria zona Lorenteggio, quartiere il cui vecchio nome era Giambellino, proprio quello da cui veniva uno alto, biondo, mai una lira che chiamavan drago.

Ecco qui Nacka in una foto instagram del tempo.
#nacka #sbronzoniserialisvedesi #ubriacarsicomesenoncifosseundomani #intermerdaale e #instacazzi?

Beh, siamo a Firenze e Nacka imbecca Stefano Nyers che a 4 metri dalla porta sbaglia un gol già fatto. Pirinai, cieco di rabbia e disperazione agonistiche, dà in escandescenze e gli tira due cartelle in faccia. Il bomber apolide, risentito per il gesto del compagno, fa per andarsene dal campo lasciando di stucco compagni e avversari, quando il toscano lo rimbrotta nuovamente:"Ungherese, rientra sennò dopo facciamo i conti".
Qual'è il detto? Chi la fa, l'aspetti.
E infatti Nyers poco dopo inzucca il pallone in rete, si disinteressa di risultato ed esultanza, e corre a rivalersi sul Pirinai restituendogli indietro i due ceffoni:"Borgobugiano, visto che io fatto gol?"

Il toscano molto tempo più tardi ebbe a dire di non aver mai visto Nyers segnare di testa in tutta la sua carriera. Lo fece solamente una volta, e fu proprio quella della vendetta nei suoi confronti. Così è la vita e, come direbbe Luca Ricchi:"questo è il calcio".

Una canzone a tema.

Quinta goccia di veleno.
Se parliamo di un interista (e che Dio mi perdoni), parliamo della seconda squadra di Milano e non possiamo non tirare in ballo il derby della Madonnina.
Vi ricordate Maspero? Il mio socio in affari ne ha parlato tempo fa in un articolo dedicato ad uno dei più grandi "disgraziati" di Modena e provincia: Davide Ravera. Se non rammentate (intendo Maspero, perchè Ravera solo che lo abbiate visto una volta, sapreste riconoscerlo anche al buio) o, peggio ancora, non sapete per cosa sia passato alla storia, ecco il link, perchè se c'è qualcuno da cui ha imparato il mediocre fantasista di Toro, Cremonese e, credo, Marapollese, quello è stato Pirinai.

Che cos'è il genio?
È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione.

Rigore per il Milan. Dal dischetto va Ernesto Bernando Cucchiaroni, in arte Tito, ala sinistra argentina di cui qualche versetto più avanti andrò ad elencare le migliori parabole. Come ogni buon rigore assegnato in Italia, è molto più che dubbio, e l'arbitro Lo Bello viene attorniato dai nerazzurri. Pirinai, vestendo i panni del genio, si avvicina alla panchina, si fa dare un limone e, approfittando della confusione creata da giocatori intorno all'arbitro, lo sistema poco sotto il pallone già collocato sul dischetto degli 11 metri.
Inutile dire che Tito Cucchiaroni spara un missile che esce di sei metri.
L'Inter vince per una rete a zero e Pirinai è costretto a darsela a gambe per schivare la reazione furiosa dei rossoneri ed evitare l'invasione di campo dei tifosi milanisti.

Breve digressione.
Facile pensare che Tito Cucchiaroni sia ricordato come coglione di turno, sfigato totale o disgraziato in genere. Falso e ne motivo il perchè.
Dopo alcune stagioni al Milan, l'argentino va a Genova sponda blucerchiata e, tanto per far capire chi sia e cosa sia in grado di fare, segna due gol nel derby della Lanterna. Da quelle parti un gol contro il Genoa è bastante perché chi lo segni venga elevato a paladino della tifoseria per più o meno sempre, immaginatevi se i gol sono due. Oltre a questo ritrova Nacka, sì, proprio lui, Lennart Skoglund, col quale forma un tandem d'attacco che porta la Sampdoria ad un incredibile quarto posto. Storia vecchia persa nelle foschie delle creuze de Zena e nei bar di Marassi?
Andatelo a dire agli Ultras Tito.

No, non è Mister Satan senza barba

Sapete cos'è strano?
Che solo l'almanacco Boccali del calcio, stagione del Signore '46/'47, riporta il nome di Pirinai: una e una sola presenza nell'Empoli. Dopodiché non se ne contano più in alcun annale, né prima né dopo quegli anni, non all'Empoli, non all'Inter, e nemmeno in nazionale. E dire che Pirinai di presenze ne ha fatte ben più di una e molte di queste son divenute memorabili, e come abbiam visto ognuna per un motivo diverso.
Ma non ho raccontato fregnacce, quello che ho scritto è tutto successo ed è documentato, e Pirinai è veramente esistito. Solo che non ha mai giocato a calcio. Pirinai era il matto di paese, il matto di Empoli.


Il portiere Borgioli mi prendeva in giro chiamandomi in quel modo (Pirinai, ndr). E una domenica, al giornalista che voleva la formazione per l'incontro, disse che con il '9' avrebbe giocato Pirinai. Quello pubblicò l'articolo, e l'almanacco fece il resto.”***
Questa storia old but gold è la storia di Benito “Veleno” Lorenzi.


Si dice “nomen omen”, per indicare che il nome è presagio di quel che si diventerà, perché così, Veleno, non lo chiamò nessuno che gli volesse male, ma fu la su' mamma per l'infanzia burrascosa da discolo tremendo. E la signora Ida non avrebbe potuto trovare soprannome, scusate, omen, migliore.
Eppure Lorenzi, proprio come una moneta, ha sempre avuto un'altra faccia. Infatti non fu solo un impenitente figlio di buona donna, anzi. Cattolico fervente, cercava il perdono del buon Dio asserendo che "Il corpo peccava mentre lo spirito cattolico rimaneva nello spogliatoio". In tutta la sua vita saltò solamente una Messa perché una volta non riuscì a trovare la chiesa del paesino siciliano in cui era capitato, e all'Inter l'allenatore Olivieri gli concedeva di permesso di curare la propria fede:”Giacomazzi, guarda che Lorenzi nell'ora libera va a Messa, non a troie come fai tu”.***

Dopo aver messo a segno lo scherzo del limone, confidò al proprio prete di aver compiuto una scorrettezza. L'uomo di Dio, interista convinto, non gli comminò i canonici sette ave pater gloria ma, facendosi una grossa risata alla faccia di Tito Cucchiaroni (e milanisti al seguito), lo assolse del più bel peccato che avesse mai sentito confessare.

Di calciatori così hanno buttato via lo stampo.

Bibliografia essenziale senza la quale non avrei potuto scrivere questa sbabbelata.
*http://ilpalloneracconta.blogspot.it/2007/12/john-william-charles.html
**http://www.storiedicalcio.altervista.org/lorenzi.html
*** http://archiviostorico.corriere.it/1995/gennaio/14/Lorenzi_cosi_rissoso_che_mamma_co_0_950114741.shtml 

COCÓ, KALID E LA RABONA INCANTATA


Alla fine della mia carriera di pseudo-calciatore mi sono ritrovato a giocare part-time per il Team Fox, seconda squadra del ridente comune di Serramazzoni, nella collina modenese. Partito come portiere nei pulcini della Virtus Pavullese, diventai cecchino pressoché infallibile della stessa squadra (15-20 gol di media a stagione) fino ai sedici-diciassette anni. Poi qualcosa andò storto e la ragione, insieme alla voglia di allenarsi e di fare vita da atleta, se ne fuggì via lasciandomi in eredità una riottosità che ancora adesso difficilmente m'abbandona. Finita la trafila delle giovanili, passai un anno a Lama Mocogno, sotto la "dittatura" del compianto Franco Falanelli, per poi tornare a Pavullo sponda Frignano '74, la succursale dei "talenti" della Virtus Pavullese. Qui il primo anno retrocediamo in Terza categoria (l'ultima possibile nel regolamento della F.I.G.C.), ma il secondo conquistiamo una promozione esaltante, specialmente per la festa a bestia che venne dopo in quel di Milano Marittima, logica conseguenza di una cavalcata inarrestabile.


Da lì, facendomi bellamente plagiare dal mio amico Eddi Cavani, decisi di avvicinarmi a casa e di scendere nuovamente di categoria, facendomi cedere (per un caffè e un panino alle olive) all'ambizioso Team Fox.

nella foto Eddi Cavani (quello biondo sulla sinistra) abbracciato da Marco Landi 

Il particolare che ha sempre contraddistinto il Team Fox, a mio modesto modo di vedere, è sempre stato l'allenatore. Mister Cassanelli, torinista di ferro, era però uno juventino di mentalità: se vinciamo bravi noi, se perdiamo è colpa dell'arbitro. A questo aggiungete una naturale idiosincrasia ad allenare coerentemente una squadra ed uno spogliatoio esplosivo e vi sarà chiaro perchè il primo anno la promozione in Seconda categoria rimase solo una chimera. Il secondo anno, se possibile partì ancora peggio, ma un cambio di regolamento della Federazione a stagione in corso ci permise di cullare ambiziosi sogni di promozione. Infatti nel bel mezzo della navigazione a vista di metà novembre, mentre si oscillava tra il settimo e il decimo posto, venne deciso di aggiungere un posto-promozione conquistabile attraverso la conquista della Coppa Emilia di categoria. Ovvero: le seconde, terze, quarte, quinte, seste e migliore settima classificate dei tre gironi della terza categoria modenese avrebbero dato vita ad un torneo ad eliminazione diretta (con gare di sola andata in casa della peggio classificata) la cui vincente sarebbe salita di grado.
Il Team Fox si galvanizza, forte del pensiero che in una partita secca tutti possono vincere/perdere contro tutti. Perdemmo altre tre/quattro partite e, a febbraio, cominciammo quindi la rincorsa al sesto posto che distava otto lunghezze. Sostanzialmente dovevamo vincere tutte le ultime otto partite, ma sarebbe potuto anche non bastare. Potreste non crederci ma, a parte un pareggio ottenuto in casa contro la superpotenza Montefiorino, ne vincemmo 5 su 6 e ci trovammo, a due partite dal termine, ad un punto dal sesto posto.
Nota a margine: nelle cinque vittorie c'è l'esaltante "sacco di Formigine" in cui il Team Fox asfalta la ben più quotata PGS Smile a domicilio per 3-1. E' la partita resa famosa dalla gag della Beck's travasata dentro le borracce del club di Serramazzoni che dissetavano l'unico panchinaro della squadra che, per dovere di cronaca, entrerà nel corso della ripresa ribaltando la partita con un gol e un assist. Il fatto me lo ricordo bene, specialmente perché il panchinaro ero io. Una partita che ha esaudito tutte le mie preghiere calcistiche.


Ricapitolando. Penultima giornata, stadio di Serramazzoni: Team Fox vs Scappati di casa penultimi in classifica.
Prendiamo la partita sottogamba e, come è giusto che sia, non la sblocchiamo nemmeno con la matita. La cosa incredibile è che, invece di schiacciare gli avversari nella loro area, rischiamo di prendere gol più e più volte. Fatto sta che entro anche io, segnale inequivocabile che il tempo stava per finire (la mia autonomia non superava i venti minuti), ma non c'è verso di uscire dalla nostra trequarti. Poi, e me lo ricordo come se fosse ieri, gli avversari battono un corner malamente e noi partiamo in contropiede in chiara superiorità numerica. Qualcosa come 4 contro 2. C'è odore di colpaccio nell'aria primaverile di Serramazzoni.
Prima di arrivare al dunque, però, vi beccate una breve digressione un pò noiosa, ma fondamentale per questo post.
Mister Cassanelli aveva dato le chiavi della squadra ad un centrocampista marocchino di nome Kalid Ait.

grazie al certosino lavoro della strepitosa Sivia Bì, riusciamo ad intravedere il volto di Kalid

Kalid era ed, a quanto ne so, è un bravissimo ragazzo. L'ultima volta che l'ho incrociato stava finendo gli studi in ingegneria ed aveva grandi progetti per il futuro. Calcisticamente, però, nasceva e moriva stronzo. Nel senso che abbinava un'ottima tecnica individuale e un'esagerata forza fisica ad una totale incomprensione del giuoco del calcio. Aveva, insomma, il grandissimo dono di saper fare la cosa sbagliata nel momento peggiore possibile. Per questa sua dote di spicco, era il fiore all'occhiello di mister Cassanelli che, ovviamente, stravedeva per lui.
Torniamo ora alla partita sopra menzionata ed all'azione che potrebbe decidere un campionato intero. Siamo 4 contro 2, lanciati in un contropiede fulminante e il pallone arriva proprio a Kalid. Due cose rodono, da sempre, l'anima dell'uomo moderno: le menzogne e la troppa possibilità di scelta.


Dal bianco e nero del video ci spostiamo ora al bianco e nero dell'Ascoli calcio. Nell'annata di nostro-signore-del-pallone-bianco-a-pezze-nere 1977-78, la squadra marchigiana ammazza il campionato di serie B e risale nella massima serie. Per farvi un'idea la seconda arriva diciassette punti dopo, ovvero ad otto partite e mezzo. Un'enormità che mai più si sarebbe verificata, avvicinata solo in parte dal Palermo di Zampalesta e di Guidolin negli anni duemila.

l'Ascoli del 1977-78, ma quanti baffi c'erano in campo???

Sotto la guida di Mimmo Renna, i bianconeri distruggono gli avversari con il loro gioco spumeggiante e votato all'attacco. Viaggiano con una media rasente ai due gol a partita e mandano ben tre giocatori in doppia cifra: Claudio Ambu (17 goals), Giovanni Quadri (14) e Adelio Moro (13). Ma questo ci interessa il giusto. Il  gancio tra il titolo e la storia del Team Fox ha un nome, un cognome e un soprannome normalissimi: Giovanni Roccotelli detto 'Cocò'. In quell'Ascoli, e nelle altre squadre in cui ha militato, faceva l'ala destra e, come tutte le ali destre degne di rispetto, era un tipo un po' strano pieno di colpi di genio e di giornate storte che più storte non si può.
22 gennaio del '78, si gioca Ascoli-Modena: Roccotelli va sul fondo della fascia sinistra e, invece di crossare come tutti i cristiani dell'universo, si mette col piede sinistro a fare da appoggio ed il destro a roteare intorno allo stesso a ritroso in semi-circonferenza e mette il pallone dentro l'area colpendo la sfera con il collo del piede destro, quello preferito. Tutto questo in corsa e, tra l'altro, permettendo ad Ambu di siglare con un bel colpo di testa.
Siccome non so se mi sono spiegato, in soldoni Roccotelli la mette di 'rabona'.


Questo gesto lo rende immediatamente un personaggio e, anche se evidentemente non è lui l'inventore del suddetto gesto, gli dona una certa popolarità. Popolarità che aumenta esponenzialmente quando un certo Edson Arante do Nascimiento, speriamo solo omonimo del mago di Wanna Marchi, durante una sua visita in Italia si mise a disquisire di gesti tecnici con un qualche giornalista dell'epoca. Entrarono in argomento 'rabona' e il buon Pelè, riferendosi a Giovanni nostro, pontificò: "So che c’è un italiano bravo a fare le rabone, un tipo coi baffi, me ne hanno parlato". Ecco non so se avete presente cosa vogl dire essere citati da Pelè in ambito pallonaro. Direi che, nella scala gerarchica dei riconoscimenti, stia esattamente tra una dichiarazione di intenti esplicitamente sessuali in vostro favore di Scarlett Johansson e Mike McCready che dice di essersi ispirato a voi per l'assolo di Yellow Ledbetter.

"psst.. carino.. ti ho già fatto l'occhiolino.. tu venire più vicino.. vieni qua, vieni qua, vieni qua, fammi un pò di cha cha cha" cit. Vinicio Capossela

dice Max Carlos Codeluppi: "Senz'altro una delle più riuscite citazioni Hendrixiane, come intro e finale, del resto. Aspirando le note a colpi di Whammy, McCready rincorre alla perfezione il compagno di ventura Vedder"

Direi che ci siamo capiti.
Benedetto da Pelè in persona, Roccotelli, stuzzicato da qualche giornalista, decide di farsi chiamare col soprannome presente nel titolo. Niente di fondamentalmente importante, ma a me ha fatto molto ridere il motivo che lo spinse a scegliersi proprio 'Cocò' e non, che so, 'Giovannino coscia lunga'. Cito testualmente: "Quando ero giovane, tutti parlavano del Brasile di Didì, Vavà e Pelé. Un giorno non ce l’ho fatta più e ho detto: e allora a me chiamatemi Cocò. Didì, Vavà, Pelé e Cocò: bello, no?". Bello non lo so, divertente di sicuro caro Giovanni.
Il nome di Roccotelli circola sovente anche nelle redazioni dei giornali che contano e 'Cocò' diventa metro di paragone in una diatriba nata all'interno del Corriere della Sera. Un dì Zelio Zucchi, che all'epoca (a quanto mi risulta) era la prima firma del basket del quotidiano, si lamentò perché, a suo dire, la palla al cesto occupava poco spazio nella sezione sportiva. Sempre lamentosi 'sti cestisti eh! La risposta arrivò soave e cristallina da tal Guido Lajolo, cronista del settore calcio, "E piantala, un cross di Roccotelli vale più di tutto il campionato di pallacanestro".
Oramai tutti lo vogliono, tutti lo cercano meno che le squadre che contano, ma anche le squadre che contano meno non se lo filano manco per la minchia. E' la trasposizione calcistica della secolare storia della 'Bella di Torriglia' che tutti vogliono ma nessuno se la piglia. Così Roccotelli rimane ad Ascoli anche la stagione successiva e poi comincia ad essere sballottato in giro per l'Italia come un pacco postale senza l'indirizzo del mittente. Taranto, Cesena, Foggia, Nocerina, Casertana ed infine Torres si godono le 'rabone' e i volteggi dell'ala destra barese che, a carriera finita, metterà radici proprio in Sardegna aprendo una scuola calcio che dovrebbe esistere ancora adesso.

Giovanni Roccotelli, in una foto abbastanza recente

Il tempo, inesorabile come le prediche della tua promessa sposa, nel frattempo passa e la 'rabona' si impone come gesto tecnico sporadico ma bellissimo, geniale e probabilmente inutile. Maradona la usa come ciliegina per le sue torte napoletane, Roberto Baggio ne fa sfoggio a Milano sponda Inter, Aquilani la utilizza per far partire un contropiede fulminante che manda in gol Francesco Totti in un Milan-Roma di qualche anno addietro. In sudamerica i guaglioni si divertono ad utilizzarla per segnare e contribuiscono far travasare chili di bile ai portieri avversari, andando poi ad esultare come se non ci fosse un domani sotto le rispettive 'torcide'. E i commentatori perdono inevitabilmente voce, bronchioli e mesi di vita.
Ma, almeno in Italia, le luci le ha accese Giovanni 'Cocò' Roccotelli e nessuno le ha ancora spente. Tanto paga Pantalone, vero?

Ma ora ricolleghiamoci col campo principale. Il luminoso pomeriggio d'aprile serramazzonese che avevamo lasciato in sospeso un pò di righe or sono sta per terminare e, con la squadra di casa lanciata in contropiede, il pallone giunge a Kalid. Fate conto che vi sia un camera-car che vi porti esattamente ad avere la sua visuale. Siamo all'interno del cerchio di centrocampo, la palla è in mezzo ai suoi piedi e lo scenario che gli si presenta di fronte è il seguente: compagno di squadra largo alla sua destra, compagno di squadra largo alla sua sinistra, compagno di squadra (il Santu centravanti degli ultimi minuti) che gli viene incontro pronto ad un classico dai-e-vai. I due difensori avversari sono in merda più totale e non hanno ben chiaro come difendere. Insomma è una pratica agevole da sbrigare anche se siamo in Terza categoria.
Kalid ci pensa un attimo poi, usando il piede sinistro da perno, decide di eseguire una 'rabona' per lanciare il compagno alla sua sinistra. E' chiaro: se il passaggio riesce e si segna potrebbe diventare un eroe, riscattare le accuse di essere il 'cocco' dell'allenatore e guadagnare il tanto agognato rispetto dello spogliatoio. Il problema è che il passaggio non riesce e il pallone se ne uscì mestamente oltre la linea laterale figlio di una traiettoria che, indorando parecchio la pillola, definirò sbilenca.
La partita finì 0-0 e il matrimonio tra il Team Fox e la Coppa Emilia, quell'anno, naufragò prima ancora di cominciare.

HOW TO DISAPPEAR COMPLETELY

Avete presente quelle mattine di hangover?
Esistono quattro rimedi al problema.
  1. Vomitare: solitamente il più efficace, ma il gesto deve espletarsi al momento giusto e se si arriva fino a mattina senza averlo fatto, l'è péz dàl péz. Andava fatto prima.
  2. Un Oki. Però è roba chimica, vallo a sapere cosa realmente accade nel tuo corpo, vatte' a fidà.
  3. Corsa & doccia: spesso funziona, il più è entrare nel mood dell'uscire di casa e cominciare a mettere un piede davanti all'altro e sentire il retrogusto di rum ad ogni respirone.
  4. Berci sopra una birra, o per lo meno questo è quello che dice sempre Kiki.
Per i più coraggiosi ce n'è un quinto: farsi un caffè e sperare che questo inneschi un meccanismo per cui la sbronza passi, e passi dal culo, sì, insomma mi avete capito. Se va di lusso, everything will be in its right place. Sennò sarà un sabato pesante, pesante come una pezza di Marcuzzo.

Ecco un buon esempio di risveglio di merda, grazie Berta.

Beh, una mattina così di non troppo tempo fa mentre sperimentavo il quinto sistema attendendo che il mio stomaco facesse la sua parte, l'unico pensiero che mi ronzava in testa era:”come sarebbe bello, in questo momento, scomparire del tutto”. Come si dice? Volatilizzarsi, smaterializzarsi. Ecco, più o meno.
Proprio in quell'istante il collegamento neurale (particolarmente discutibile) è stato verso una canzone che si chiama proprio così, anche se il titolo non è in italiano.


Non che conosca bene o apprezzi in particolar modo questa canzone, specie perché facente parte dell'album Kid A, che a me, come ho sempre detto, non ha mai entusiasmato tanto. Per me, dopo Ok Computer, i Radiohead hanno fatto solo schifo (salva Idioteque) e How to disappear completely non fa eccezione. Tuttavia il titolo di questa canzone mi ha sempre colpito molto, per cui immediatamente dopo questo fenomeno di lost in translation, sono andato a cercare il video sul tubo e ho letto i commenti che presentavano il maggior numero di like.

Il secondo più apprezzato di questi è molto interessante e dice quanto segue.

A lot of people seem to be taking the meaning of this song as suicide, however I read in an interview article a few years ago that Thom was writing about a out-of-body experience he had one night he stayed in Dublin. I think thats why he says "thats not me" because he floated up out of his body, saw it below him and said "thats not me". Its also why he says "I float down the liffey" - for those of you who don't know the Liffey is the main river that runs through the centre of Dublin city,Ireland 

Traduzione non letterale (non da versione di latino, tanto per capirci).
“Molti credono che questa canzone parli del suicidio quando in un'intervista che io lessi tempo fa Thom diceva che questa canzone si riferisce ad un'esperienza extracorporea che lui dice di aver vissuto una volta a Dublino. Penso sia per questo che dice:”Quello non sono io”, proprio perché fluttuava fuori dal suo corpo come se lo vedesse da sopra. E sempre per questo dice anche:”Fluttuo sopra il Liffey” che, per chi non lo conoscesse, è il fiume che scorre a Dublino”.

Allora tra me e me ho pensato a quante canzoni straniere scartiamo dal nostro gusto solo perché non hanno una melodia orecchiabile, quando invece tra le righe dei loro testi nascondono significati profondi ed avvincenti.

Ci siete? Bene, ora che avete aggiunto tutto questo alla lista di cose di cui non vi frega un cazzo, seguitemi nella seconda connessione neurale (particolarmente discutibile).
Se il tema libero è COME SCOMPARIRE DEL TUTTO, la prima cosa che mi viene in mente, e non vedo come potrebbe essere altrimenti, è GAIZKA MENDIETA.


Nome strano, Gaizka. È basco, significa ed è il corrispettivo del nostro “Salvatore”. 
Curiosità fine a sé stessa? Non direi. 
Al tempo del folgorante Mendieta di cui andrò tosto a declamare, avevo registrato il mio primo account di posta elettronica: il mio pseudonimo era Gaizka81@hotmail.com, o qualcosa del genere. Sì, quelle cose che si fanno quando si è nerdz, quando si ha vent'anni, che, come dice Guccini “a vent'anni si è stupidi davvero”, o come dicono gli Zen Circus (anche se qui non c'entra un cazzo) “io quando avevo vent'anni ero uno stronzo”, che comunque per quanto mi riguarda era vero allora e rimane vero ora.


Se avessi saputo che GAIZKA stava per SALVATORE, col cazzo che avrei adottato questo nome da napulecchio trapiantato nei Pais Vasco.

Beh, Mendieta nasce nel 1974 a Bilbao, profondo nord della Spagna, nella regione autonoma dei Paesi Baschi. Tuttavia la sua carriera decolla da tutt'altra parte, agli antipodi iberici del Golfo di Biscaglia, ossia sul Mediterraneo.
Dopo aver fatto un po' di gavetta nella squadra satellite del Castellon, la squadra madre del Valencia Club de Futbòl decide che è giunta l'ora di affidargli le chiavi del suo nuovo ufficio (ovvero il centrocampo valenciano) nonché il titolo di Capitano indiscusso e il ruolo di leader assoluto.
Mendieta ringrazia e soddisfa le aspettative che gravano sul suo ruolo trascinando un bellissimo Valencia nella straordinaria temporada del 1999, in cui els ché vincono Copa del Rey e Supercoppa di Spagna. Gaizka gioca col 6 perché in realtà nasce difensore ma è Claudio Ranieri, suo primo allenatore a Valencia, a intravedere in lui qualità eccelse di rifinitore e a spostarlo avanti quei 10/15 metri che gli consentono di mettere a frutto la sua grande visione di gioco, la buona tecnica, un gran bel tiro e una discreta qualità nei calci piazzati.


Negli anni seguenti i ragazzi di Capitan Mendieta e Mister Cuper (l'hombre vertical che prende il posto del Mister romano) fanno passi veloci e dal peso specifico pazzesco in Champions League fino a presentarsi per ben due volte in finale.


Occhio, stiam parlando di una squadra stellare.
Un ibrido 4-3-3 di mirabile fattura.
Canizares
Angloma Pellegrino Dukic Carboni (o Gerardo)
Mendieta (C) Farinos Kily Gonzales
Gerard Angulo Lopez


È l'annata 1999/2000. Per la prima volta nella storia della Coppa Campioni, a disputarsi il massimo trofeo continentale accedono le prime quattro dei tre tornei europei più importanti, le prime tre dei tornei un po' meno importanti, e via a scalare. Le compagini spagnole fanno la voce grossa e stabiliscono due record in un colpo solo: presentarsi con tre squadre in semifinale e con due in finale. Mai successo prima, bravi loro, gli italiani combineranno la stessa cosa nel 2003 e gli inglesi nel 2008 (se la memoria non mi inganna), ma loro sono i primi a riuscirci: onore al merito.
A Parigi in finale ecco quindi il sempiterno Madrid e lo stupefacente Valencia.
Il Real picchia a man salva e Morientes, McManaman e Raul segnano uno via l'altro, inchiodando un secco tre a zero che lascia poco spazio ad eventuali discussioni di sorta.


Ma il Valencia non ci sta, l'anno successivo torna alla carica e arriva fino in fondo, cacciando fuori dalla semifinale una squadra di cui grazie a questo articolo ho ritrovato il ricordo: quei figli di puttana del Leeds (due nomi su tutti: gli inseparabili bontemponi Woodgate e Bowyer). 


Quello che li attende nella finale di San Siro è tuttavia un triste primato, ossia la seconda sconfitta consecutiva (questa volta contro il Bayern Monaco, e per giunta ai rigori), condiviso solamente da un'altra squadra cui qualche anno prima capitò la stessa sorte e, credetemi, ho il cuore a pezzi nel menzionarla: la Juventus nel '97 e nel '98 (an happy song by Borussia Dortmund ft Real Madrid)
Un attimo che devo immerdarmi la mano di sperma con il più bel gol in fuorigioco all times.


Per gli amanti delle statistiche vale dire che il Valencia detiene un altro misero record, anche questo in coabitazione con un'altra squadra, questa volta francese, lo Stade Reims. Si tratta infatti degli unici due club ad aver disputato più di una finale di Champions League senza averne mai vinte.

Torniamo sul pezzo.
Gaizka Mendieta, anche se uscito sconfitto da entrambe le finali, è un calciatore fatto e affermato, tra l'altro nominato pure (magra ma notevole soddisfazione) miglior giocatore della Champions League appena trascorsa e persa, ed è normale che il suo nome inizi a comparire sui taccuini dei dirigenti di mezza Europa, l'Europa che conta e che prova a vincere le coppe “per sul serio, per davéro”.
A Valencia, per dirla con Adele, Capitan Gaizka Mendieta è considerato one and only, il caudillo indiscusso ed indiscutibile cui tutta la Comunidad Valenciana si sente inestricabilmente legata a doppio filo. Gaizka è l'uomo del “date palla a me e correte ad abbracciarmi”.
Però come spesso succede la sostanza si vendica sulla poesia, e proprio dalle parti di Roma c'è qualcuno che sta per scatenare un butterfly effect, dovendo giustificare alcune cessioni illustri che non sono andate giù ai tifosi, già abbastanza nervosi per lo Scudetto appena vinto dall'altra squadra della Capitale.
Gli omini che il Presidente laziale Cragnotti deve rimpiazzare sono Sabastian Veron e Pavel Nedved e, se guardate l'11 qui sotto, capirete come i sostituti non potessero essere, che ne so, De Ascentis o Umit Davala. 


Serviva il colpo e non bisognava badare a spese.
Detto, fatto.
Nel luglio del 2001, per la cifra record di 90 miliardi, arriva a Formello nientepopodimeno che Gaizka Mendieta e i tifosi laziali ripongono in lui la speranza di dimenticarsi di un'altra zazzera bionda, quella del ceco Nedved, uno che di lì a breve avrebbe vinto il pallone d'oro, quindi non proprio uno sculaccianguille.
È vero che a volte chiodo schiaccia chiodo e l'ottimismo da spiaggia dei fan biancocelesti raggiunge livelli di guardia, ma è anche vero che la toppa è peggio del buco e infatti l'unica cosa che condividono i due è il colore dei capelli, cosa cui comunque è accomunato anche Eddi Cavani, per lo meno quello che ho visto io al Frignano la notte di Natale.
Ne va che, nonostante tutta l'Europa abbia stima di Mendieta, l'unica stima che lo accompagnerà alla fine della sua laconica vacanza romana, sarà quella dei danni causati alla Lazio.
Con un eufemismo si potrebbe dire che non procurò quelle emozioni che si sarebbero aspettate da lui per il primo ciak, ma per esprimerci più chiaramente è meglio andare in prestito del romanesco e parlarne come fanno da quelle parti:”Gaizka Mendieta fu 'na sola”.
Mister 90 miliardi si dimostrerà un bidone, collezionando venti anonime presenze e zero goalz.

Solo Kafka ha cercato di analizzare lucidamente il problema, e proprio al riguardo ha scritto “La metamofosi”, nella quale però è stato più clemente, nel senso che almeno i genitori del protagonista Gregor, una volta abbandonato il figlio a sé stesso, se ne dimenticano completamente e riescono pure a risolvere i problemi economici causati dalla sua trasformazione. La morale comunque è che non è individuabile un motivo chiaro per cui il personaggio, sia Mendieta o sia Gregor Samsa, si addormentino come ogni sera e l'indomani si risveglino mostri.


Ma nel caso di Mendieta la storia è più amara per papà Cragnotti perché non è facile disfarsi di un presunto fuoriclasse pagato una barca di soldi e dall'ingaggio faraonico; ha comprato fumo spacciato per aria di Londra e ora nessuno è disposto a sborsare tanto per niente e farsi bellamente pigliare per il culo.
Oltre a questo bisogna considerare una clausola che la Lazio ha dovuto accettare per portare a Roma il centrocampista spagnolo. Infatti nel caso volesse e riuscisse a darlo via, non potrebbe cederlo al Madrid che sarebbe l'unica squadra europea ad aver i soldi e poterlo acquistare: gli è vietato per contratto.
Tuttavia in un modo o in un altro arriva il momento del that's all folks, arrivederci e grazie (e soprattutto: ciavà!), e Mendieta se ne va a Barcellona, dove sarà una copia sbiadita del giocatore tanto ammirato solo pochi mesi prima. La sua esperienza in blaugrana durerà poco e s'accaserà, e questo è l'ultimo domicilio conosciuto, nel Nord Est dell'Inghilterra, nella città di Brian Clough, Don Revie (gente di cui abbiamo già trattato in questo blog) e, soprattutto, Pete Doherty: Middlesbrough.


Tra parentesi: questo è l'ultima rock star inglese. Ma quanto è fottutamente bello con lo stendardo della Roma e quanto è bello sentirlo cantare: “Genoa, Verona, Milan... Roma: anywhere in Albion!”

Fondamentalmente l'esperienza di Mendieta in terra inglese è incolore, forse proprio come la città di M'brough e non c'è tanto di cui parlare, se non dei suoi capelli.


Ma “il bello” viene ora.
Ricordate che all'inizio ho sbabbelato circa la canzone dei Radiohead che poi non ho più menzionato?

Entrano ora in scena i Gasteiz Gang, Gruppo di sconosciuti DJ che nell'estate del 2011 si presenta al festival di Benicassim, uno dei più importanti al mondo, e mette su band del calibro di Clash, Strokes e Arcade Fire. Come detto, nessuno sa chi cazzo siano, ma dal FIB si lasciano scappare qualche indiscrezione e si viene a sapere che in questo sedicente gruppo di sedicenti DJ c'è qualcuno che in Spagna non si vede da un po' ma che tutti saprebbero identificare: un illustre desconocido, e quel qualcuno è Gaizka Mendieta.

How to disappear completely = come scomparire del tutto.
Ag sàm.
Un calciatore che tramonta nel Nord Est dell'Inghilterra e che si ripresenta in incognito, in qualità di DJ, ad un festival spagnolo.
Non ci credete? Non ci credevo nemmeno io, però è tutto vero.


Lo stesso Gaizka pare aver commentato:”Mettere dischi è più facile che tirare un rigore”.

Ma non finisce qui perché l'ex centrocampista del Middlesbrough, che di mestiere ora farebbe il commentatore della Premier League in Inghilterra, ne ha in serbo un'altra fortissima.

Copa del Rey, anno 2011/12, una delle due semifinali è Barcellona-Valencia.
Al Mestalla è finita 1 a 1, e il ritorno si gioca al Nou Camp.
Il Valencia che non ha mai dimenticato Mendieta e che lo accoglierebbe come solo il padre col figliol prodigo (una delle peggiori parabole mai concepite, cui io riconduco il 90% dei mali dell'Italia), lo ingaggia per una pubblicità volta a scatenare l'euforia dei tifosi valenciani affinché riempiano bus e macchinate con direzione Barcellona, che tanto sperare non costa niente.

 
Per la cronaca il Valencia perde 2 a 0, il Barca va in finale on l'Athletic di Bilbao e lo sconfigge con tre reti a zero.
Curioso: Mendieta ha portato sfiga sia al Valencia che alla squadra della sua città natale, l'Athletic.
Allora la mia domanda è: Gaizka, io ti voglio bene, al tempo ti ho pure dedicato un account e-mail, ma non è che ti convenga veramente scomparire del tutto?

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