LE IMPROBABILI PARABOLE DEL PALLONE


CAPITOLO 1 - ANDREA TENTONI, IL CENTRAVANTI PIÙ FORTE D’ITALIA FINCHÈ SI GIOCA IN CONTROPIEDE

Un sabato sera di 'so quant'an fa stavamo andando a cena insieme ad alcuni amici, quand'ecco che uno dei passeggeri della mia macchina attacca con un discorso così profondo che difficilmente riuscirò mai a dimenticare. "Ragazzi, ma voi ve lo ricordate Andrea Tentoni?" Ora: io ho molti pensieri per la testa, spesso non sono in relazione tra loro e difficilmente hanno un rapporto contingente con il mondo intorno (a volte, alle lasagne piene di ragù che ho visto in rosticceria seguono interrogativi circa la morte del bandito Giuliano, intervallati dalla valutazione riguardo l'ultima offerta di Groupon "Motel a Roncobilaccio –47% di sconto) ma Tentoni non aveva mai sfiorato queste dimensioni di ragionamento.


Il viaggio fu particolarmente lungo, perché chi dirigeva la carovana di macchine aveva smarrito la bussola, ammesso e non concesso che ne avesse mai avuta una. Purtroppo ciò permise al nostro eroe di avviare un'interessante quanto surreale discussione circa la Cremonese di Gigi Simoni, che trovava in Tentoni il suo castigamatti più genuino. Non a caso proprio il più sfigato allenatore d'Italia (Simoni, appunto) lo definì come "il più forte centravanti d'Italia finché si gioca in contropiede".

Poche cose mi fanno schifo come la maglia della Cremonese, giusto il tonno e le battute dei pugliesi

Mi concessi solo una domanda che lì per lì ritenni più che lecita:"Ma come cazzo t'è saltato in mente Andrea Tentoni?" E lui mi rispose con la stessa scontatezza con cui la gente chiama il proprio cane Black:"Oggi mi sono guardato un sacco di video sulla Cremonese di Simoni, con tanto di highlights, interviste, commenti a caldo..."
Ebbene, individuavo gli effetti, ma non le cause, sapevo della grande passione del mio amico per il calcio, ma mi chiedevo se tutta quella scena si stesse verificando veramente o me la stessi sognando. In ogni caso, quella sera, feci a me stesso una solenne promessa. Non sarei mai diventato come lui, non sarei mai arrivato al suo livello di calciofilia compulsiva, non mi sarei mai ritrovato a spendere un sabato pomeriggio scartabellando su youtube sintesi di partite di duemila anni prima disputate da squadre impresentabili.
E invece....


CAPITOLO 2 - MAI DIRE MAI

 Principali fonti di ispirazione di questo blog: Paolo Sorrentino, Pierpaolo Capovilla e Federico Buffa (almeno qualcuno che parla di sport c'è)

...invece non troppo tempo fa, per motivi che ho completamente rimosso, e contravvenendo al mio voto, mi sono imbattuto negli episodi salienti di un mezzo-spareggio salvezza "Genoa-Ancona 4-4" del 1992/93 (annata di grazia: solo per darvi un'idea di che campionato fosse allora la Serie A, vi basti pensare che retrocedette un Brescia in cui la casacca numero 10 era indossata da un certo Gheorghe Hagi e l'allenatore era il Signor Mircea Lucescu, sì, quello che ora allena lo Shakhtar dei miracoli, don't you know?). Ecco, in quel rocambolesco 4 a 4 successe di tutto. A parte gli otto gol, il menù aveva previsto diverse portate, una più succulenta dell'altra.


In Febbre a '90 Nick Hornby ha descritto quali siano gli elementi cruciali perché una partita possa definirsi memorabile. Al netto della pioggia battente con conseguenti scivolate di 18 metri senza che il difensore riesca ad intercettare il pallone ma si sfracelli direttamente contro i cartelloni pubblicitari, l'elenco delle gioie e dei dolori di quel Genoa-Ancona non differisce di molto da quello dello scrittore inglese.
  • gol di vantaggio, di sorpasso, di rimonta e di controrimonta;
  • pali, traverse, incroci, tutti scaturiti da confusi calci d'angolo o da tiri della disperazione;
  • parate da Batman e salvataggi alla Ed Warner quando non c'aveva i coglioni girati col Mister del Giappone che lo teneva in panca;
  • autogol consueti, misteriosi, cercati e involontari;
  • punizioni in area piccola quando le punizioni in area piccola si verificavano una volta l'anno e comunque per ragioni che sono andate dimenticate;
  • ammonizioni, espulsioni per somma di ammonizioni (immancabilmente comminate all’indimenticabile Vincenzo Torrente), espulsioni dirette;
  • rigori concessi con lauta generosità e rigori negati nonostante evidenti falli di mano (J'adore);
  • Lajos Detari, uno che non avrebbe trovato pace nemmeno se lo avessero mandato a zappare, ma che quella domenica s'era trasformato in un dioscuro della pelota capace di dispensare in egual misura gol, legni, parolacce ungheresi, figli illegittimi e salvataggi sulla riga;
  • sforbiciate al volo, sforbiciate di controbalzo, sforbiciate di controbalzo che seguono sforbiciate al volo, rob de matt che non si è mai vista nemmeno in uno spot della Nike (etèr chè i gemelli Derrick).

Dal 2'e20'' se siete pigri.

Genoa e Ancona provarono a rendere vero il detto "2 a 2 finché non diventano dispari" perché l'ultimo gol, quello cui sicuramente avrete fatto più caso, in my well payed opinion ne vale più di uno.
Cross "alla viva il parroco" sparato in area con la flebile speranza che qualche mago di provincia inventi 'na prodezza e trasformi una preghiera nel gol del pareggio, ammucchiate in area di quella di una volta in cui nessuno è al posto giusto nel momento giusto, ed eccolo lì, Felice Centofanti "ogni riccio un capriccio" che s'improvvisa Van Basten di giornata, rovesciando con una coordinazione di leonardiana fattura. La sfera centra la traversa, rimbalza a terra, rallenta e supera la posizione del'attaccante Massimo Agostini, il quale rimane indietro rispetto alla traiettoria del pallone e non ha più il tempo per colpirlo, se non rovesciando a sua volta (ripeto, che forse non avete capito bene: è il gol del 4 pari).
Io non so cosa abbia pensato il portiere in quel momento, tra l’altro Stefano Tacconi, non proprio l’ultimo degli imbecilli: se credesse d'essere sul set di un film di fantascienza, o nel bel mezzo di una tempesta di sforbiciate ai limiti della patafisica, ma certo è che è trovarsi al centro di una serie di parabole così impeccabili da risultare assurde non deve essere il massimo della vita. Perchè sì, io mi sforzo di capire tutto, mi sforzo di interpretare le parole di Renzo Bossi e i miracoli di San Gennaro, ma qui siamo in un'altra dimensione.


CAPITOLO 3 – NOME IN CODICE CONDOR


Nella mia fase "cold war kids", ho guardato ogni filmazzo sulla Guerra Fredda, da quelli storici a "i bruttissimi", e uno di quelli che mi ha colpito di più per plot e recitazione, è stato I TRE GIORNI DEL CONDOR, cui a bocce ferme non avrei dato cinquanta lire, ma che ricordo aver seguito con grande trasporto dall'inizio alla fine. Cosa c'entra tutto questo con Genoa-Ancona 4 a 4? Poco e niente, solo un pretesto per dare un titolo al capitolo.

 
Se l'unica immagine che troviamo di un calciatore è una figurina, vuol dire che è veramente un illustre sconosciuto. Senza naso... 
Massimo Agostini, l'autore della seconda roveja e di almeno un altro gol in quel capolavoro di partita che fu Genoa-Ancona 4 a 4, era soprannominato proprio così: CONDOR, data la sua straordinaria capacità predatoria negli ultimi sedici metri.

Nel documentarmi su Agostini scopro che ora allena una squadra chiamata RIVIERA DI ROMAGNA. Pensando si tratti di quella che confondo essere l'EQUIPE ROMAGNA (ossia quella sottospecie di ricettacolo degli svincolati d'Italia) approfondisco la ricerca, convinto di trovare un qualche illustre disgraziato che chissà da quanto tempo è lì e perché nessuno se lo fili.
Non sono così fortunato, o meglio, lo sono molto più di quanto io stesso creda.


Non trovo alcun giocatore dimenticato, anzi, scopro invece che il RIVIERA DI ROMAGNA è una squadra di calcio femminile. E fin qua, chi se n'a fotte.
Quello che però salta all'occhio è l'abbondante descrizione che Wikipedia le riserva, davvero inusuale per trattarsi di una compagine sportiva femminile che non sia la Foppapedretti Bergamo o Sasha Grey, la quale, date la quantità e la qualità di ciò che riesce (ahinoi, riusciva) a fare contemporaneamente, va classificata come “squadra”.

 Ah, come suona bene...

Ma Wikipedia è un po' così, come la vicina di casa messa giù da gara o come la barista che al mattino ti serve brioche e cappuccino, e alla sera gli Americani. È in queste cose che viene fuori tutta la sua bellezza nascosta; perché a volte, sotto link impossibili sono seppelliti romanzi e storie che aspettano solo d'essere raccontati (Per la cronaca io e lo scrittore Nicolò Gianelli evidenziamo ‘sta cosa da una vita e mezzo: quando avrete finito di leggere questo articolo, leggetevi questa voce, e convincetemi che non è il canovaccio di un libro di sicuro successo, o un film che non può essere girato solo perché c'è del cannibalismo di mezzo).
Beh, indago e scopro che il RIVIERA DI ROMAGNA nasce dalla fusione tra Dinamo Ravenna e Cervia, squadra, quest'ultima, dal passato tanto inverosimile quanto avventuroso. 
 

CAPITOLO 4 – IL CALCIO AI TEMPI DI GAME OF THRONES

Siamo nel 2005/06, quindi nemmeno troppo tempo fa ma comunque prima che sulla panchina si sedesse il Condor, e il Cervia gioca nella serie B femminile. Ha allestito un team formidabile che ha il solo obiettivo di risalire la china e tornare nella serie da cui è appena retrocessa, l'A2. Il club ravennate, per essere sicuro di stare dalla parte dei bottoni e assicurarsi una promozione senza troppi patemi, vince tutte le partite, e lo fa con 3 o 4 gol di scarto. Tuttavia nessuno gioca mai con quaranta carte, e dall'altra parte dell’Appennino Tosco-Emiliano, in quei di Firenze, c'è un'altra squadra che col minimo sindacale, ossia un gol di differenza a festa, stabilisce gli stessi punti del Cervia: il Rovezzano.
Bella sfiga, eh?
La partita della verità, quella che decreta quale sarà delle due a salire, è un derby tutto romagnolo, contro il Forlì. E non può essere altrimenti.

Il Cervia vuole fortemente il ritorno in serie A2 e apre il fuoco sul malcapitato avversario: finisce 8 a 1, arrivederci e grazie. Tutto ok, non fosse che in Romagna sono convinti che l'uomo con la pistola possa battere quello con il fucile, anche quando quest'ultimo ha già sparato tutte le cartucce. E infatti la formazione forlivese fa ricorso sostenendo che il Cervia negli ultimi cinque minuti ha schierato una giocatrice che non avrebbe potuto scendere in campo perché ancora in difetto da una squalifica da scontare. Sì, lo so, il pensiero più facile sarebbe stato “non avrebbe potuto giocare perché era un uomo”; no, purtroppo non è così divertente, ch'an esageràma po' menga.
Corsi, ricorsi, controricorsi, alla fine del film i forlivesi la spuntano. Rovezzano primo a 58 punti con poco più di 60 gol, e Cervia secondo con 56 punti e 130 gol. Avete letto bene: 130 gol, 'na robba da regorde.
La triste morale è che se il calcio fosse una donna sarebbe bello, perfido, stronzo e porco come Cersei Lannister.

 Fondamentalmente questa è la scena che ti fa capire che Game of Thrones non è una serie come le altre.

Tuttavia chi la dura, la vince, e la formazione ravennate non molla. L'anno successivo, in un altro entusiasmante testa a testa, se la gioca con un'altra agguerrita avversaria, la Jesina. Si risolve tutto a tre minuti dalla fine del campionato, nel corso dell'ultima partita contro il Castelvecchio, quando tale Chiara Tartagni, di ruolo difensore, segna il suo primo gol in maglia gialloblu: una rete dal peso specifico incalcolabile, che cambia colore al cavallo e regala al Cervia il sogno della Serie A.

 La possibilità di accoppare lo zio Adolfo fa cambiare colore al cavallo
 I'm thinkin that getting a whack at Ol' Uncle Adolf makes this horse a different color (questa scena io l’ho rivista centomila volte)

Ora: non so voi, ma fino ad oggi tutte le volte che ho pensato al calcio femminile ho sempre e solo pensato alla squadra del Montale, pronunciando “montale!” con un accento diverso e più divertente. Non ho mai creduto che potesse dare spazio a storie così avvincenti, roba che se passasse un regista ammerreggano ci farebbe un film.

 
Dio av'bendessa.


CAPITOLO 5 - COME 'NA CATAPULTA: UNA CHAMPIONS TITANICA

 Ma che, stiamo all'Inghilterra?

Massimo “Il Condor” Agostini però non c'entra 'na beneamata minchia con tutto questo, nel senso che siede sulla panchina delle ragazze solamente da quest'anno. Negli anni in cui il Cervia (che poi sarebbe divenuto il RIVIERA DI ROMAGNA) s'attrezzava per i miracoli nelle cadetterie femminili, l'ex bomber di Cesena, Ancona, Milan e Napoli era impegnato in un'altra mirabolante impresa, ma di più ampio respiro, sempre in Romagna anche se in un altro Stato.


Il Condor, riminese di nascita, decide di terminare la sua carriera non molto lontano da casa, nella libera Repubblica di San Marino, dove vince due campionati con i bianconeri del Murata. Il suo impatto è “come 'na catapulta”, e grazie ai suoi gol, il club del Titano riesce ad accedere al primo turno di qualificazione dei preliminari del più prestigioso torneo europeo: la Champions League.
L'urna mette i sammarinesi contro i campioni finlandesi del Tampere United.
Una mattanza?
Una favola a lieto fine?
n attimino e ci arriviamo.

Se questa foto fosse una canzone sarebbe Sunset Boulevard di Elio.

Prima però un breve intermezzo.
Quello di fianco al Condor è Pluto Aldair, che Agostini stesso aveva invitato in Romagna non solo per la figa e i bomboloni, ma perchè un altro professionista a sangue freddo avrebbe fatto comodo alla causa del Murata, e avrebbe potuto cavare fuori dalle ortiche ragazzi per nulla abituati a districarsi in competizioni così più grandi di loro.

Nonostante mi sia imbattuto in questa storia solo recentemente, ricordo di averla seguita a suo tempo e di essere rimasto colpito da un particolare. Tutti a San Marino erano carichi a palettoni per questo avvenimento e non vedevano l'ora che allo stadio di Serravalle suonasse l'inno della Champions League. Chi di dovere s'era informato al riguardo, che cosa dovesse fare, se attendere cd ufficiali della UEFA, se scaricare MP3 dal mulo, se chiedere ad un pool di elettricisti di mettere su un impianto che si sentisse fino a Riccione... La UEFA però spiegò ai sammarinesi che per quel turno di qualificazione non era assolutamente prevista alcuna esecuzione dell'inno. Pòrelli, pensavano che la Champions League fosse amore, invece al primo appuntamento nemmeno un bacino sulla guancia. #bellastronza #attaccatialcazzoetira #zioporcone

Vabbé, il Murata si comporta egregiamente, perdendo solamente 2 a 1 in casa e 2 a 0 in Finlandia. Unico gol, as usual, del Condor.
E pensare che, se venissero contati anche i turni preliminari, Agostini sarebbe stato, con i suoi 43 anni, il giocatore più anziano ad aver giocato in Champions League; invece, dati gli strani sistemi statistici dell’UEFA non è così, e il record è ancora detenuto dal nostro conterraneo Marco Ballotta.

Ma vaffanculo, va...

Ma il Murata non si scompone, anzi, dopo aver azzardato l'acquisto di Romario e Michael Schumacher (nessuno dei due andrà a buon fine, chissà come mai?), che uno ci ride ma non è che la Juve compri degli attaccanti meno ridicoli, riparte comunque alla carica, vince il campionato e torna in Champions. Si replica di nuovo contro una squadra scandinava, ma questa volta va decisamente peggio.
Guardate il video e sentite il parere del telecronista sul povero Pluto Aldair, piantato per terra come un chiodo su una bara.



CAPITOLO 6 – L’ULTIMA IMPROBABILE PARABOLA

Ho quasi finito.
Rimaniamo a San Marino e ributtiamoci nelle maschie mischie del calcio femminile. Sapete chi è l'allenatore della nazionale delle ragazze del Titano?
Un altro ex calciatore, riminese come Massimo Agostini, centravanti come lui: Andrea Tentoni, e chi sennò?
Strana storia, la sua. Pur essendo ora alla guida della nazionale sammarinese, quella italiana la sfiorò, da giocatore, solo per un soffio, perché quand'era in predicato d'essere convocato da Arrigo Sacchi nel '93, prese la varicella, malattia che solitamente si contrae in adolescenza, e non tornò mai più ai livelli che lo avevano portato in profumo di maglia azzurra. Non potè più dimostrare d’essere “il più forte centravanti d’Italia finché si gioca in contropiede”.
Ripensandoci, forse ho fatto bene a tradire la promessa che m'ero fatto, ossia di non diventare come il mio amico che perdeva interi pomeriggi a guardare filmati retrodatati di sfide sfigatissime. Solo così infatti mi sono potuto imbattere in questo intreccio di storie, nonché leggere/scrivere di queste improbabili parabole che solo il pallone e i suoi protagonisti, molto spesso degli illustri sconosciuti, sanno disegnare.
Evviva la Romagna, evviva il Sangiovese!



ORFANI ORA: LA TRAVERSA DEL MILLENNIUM

a Cardiff, capitale di un regno che non c'è.

Quando piove, l'aria è fredda e ti svegli con dei postsbronza come quello che ho adesso, ci sono due cose da fare:
1) ripicchiarci sopra come se non ci fosse un domani;
2) farsela passare in qualche modo.
Chi mi conosce sa che l'opzione 2 è presa in considerazione come i pantaloni corti durante il rigido inverno. Quindi mi accendo una bella lager e vado a ruota libera, sia a voce che sulla tastiera del pc, perchè, comunque si muovano le cose, "That's the way I like it baby, I don't want to live forever (but apparently I am)".

oplà, un pò di rock'n'roll

La litania di Paul: il rigore di Bodin.

Per dovere di cronaca, all'inizio della mia avventura gallese, lavoravo durante i week-end come barista barra cameriere barra fucktotum in un ristorante italiano di Cardiff il cui nome, che è tutto un programma, è Zio Piero's Italian Restaurant. La cosa più interessante è vedere come l'ipotetico buon nome degli italiani (almeno in fatto di cibo) sia distrutto dagli italiani stessi. Pizze col ketchup al posto del pomodoro, "real bolonnese" servite senza pasta ma con le patate, pesci surgelati dallo sguardo non troppo convincente che non mi faranno mai bestemmiare abbastanza. Ma, come dice l'eterno poeta Pierpa, è la vita, continuiamo così, facciamoci del male. Ovviamente non ero l'unico italiano del locale ma, grazie alla mia discreta padronanza con la lingua d'albione, ho stretto amicizia con Paul. Paul è una specie di maitre della situazione, si rapporta con i gestori con la familiarità di chi lavora in un posto da sempre e ha due grandi passioni: i farfallini e il calcio. Sul perché abbia la passione per i farfallini, che tra le altre cose siamo obbligati ad indossare durante il servizio, non ho ancora indagato nè ho intenzione di indagare a breve. Fondamentalmente perché ho abbastanza paura delle ipotetiche risposte che mi potrebbe dare. Paul è gallese dentro e fuori. Ha i capelli rossi pettinati con uno strano riporto in avanti e un tipico accento gallese. Che significa che quando parla non si capisce una mazza, a meno che lui non si ricordi che il suo interlocutore non è gallese. Ma questa è un'altra storia che racconterò un'altra volta. Con Paul, nei momenti di stanca del locale, ci siamo tirati delle pezze infinite riguardanti l'argomento internazionale, dopo la fica, per eccellenza: il calcio. Fan sfegatato del Manchester United (cosa abbastanza usuale da queste parti fino a quando non è arrivata la matematica certezza della promozione in Premier League del Cardiff City), ha paragonato spesso i miei baffi a quelli di Ian Rush. L'ho sempre preso per un complimento, anche se il buon Ian non ha brillato sovente per loquacità e sveltezza intellettuale.

non ti hanno capito, Ian

Paul ha gli occhi lucidi quando parla di Ryan Giggs, ha nostalgia di quel giandone di Hartson, vede bene Ramsey e ha parole dolcissime per Gareth "Earth's best left foot" Bale. E ogni 3 per 2 mi ripete che, prima di morire, vorrebbe vedere la sua nazionale qualificata per una grande competizione; quindi, a stretto giro di vite, si blocca, pensa ai giocatori (specie in difesa) che ha a disposizione il Galles, sorride e sibila un eloquente "Not in this life". E ricomincia con la litania del rigore di Bodin. Ma questa mettetela lì che ci arriverò, con calma e gesso, fra un pò di righe. Giovi sapere, a chi legge ma anche a chi scrive, che l'unica ed ultima partecipazione della nazionale gallese ad un evento internazionale è datata 1958. Si trattava del mondiale in terra di Svezia, evento plurispoilerato su questi schermi sia dall'ambiguo Zeman che da me. Ma nessuno dei due ha precisato che il Galles arrivò ai quarti di finale e, nonostante l'assenza di John Charles, fece dannare l'anima al Brasile di Pelè che alla fine riuscì ad avere la meglio con uno striminzito 1-0.

il giorno in cui il mondo conobbe Pelè

Piccola divagazione sociologica: Ball don't lie.

Per chi ancora non ne fosse al corrente, la palla che fa battere il cuore dei gallesi non è rotonda, ma ovale. E, come ebbe a dire un paio di volte quel geniaccio incompreso di Rasheed Wallace, Ball don't lie. Potrei ora dedicare qualche riga alla spiegazione di questo concetto filosofico ma, dato che sono conscio dei miei limiti e persino un po' pigro, passo la linea all'avvocato Federico Buffa che, con il suo eloquio forbito e passionale, ci regala un po' di saggezza prendendola direttamente dal suo inesauribile sussidiario mentale di storia, geografia e studi sociali.

video
da 6:25 in poi, solo se avete fretta, viene svelato l'arcano

Come ha spiegato l'avvocato, secondo Mr. Wallace la palla, come un San Giovanni di fanciullesca memoria, non vuole inganni. Anche io, e ci mancherebbe altro, sto dalla stessa parte, ma qui il "che c'azzecca?" è d'obbligo. Se mi seguite un attimo ci arrivo. In questo caso la palla che non mente è l'ovale di cui sopra. Perchè diventa difficile, se non impossibile, cercare di creare una nuova generazione di football players se la tua squadra nazionale fa tendenzialmente cagare e contestualmente la nazionale di rugby, oltre che essere seguita più e meglio di una religione, fa bella figura quasi ovunque (3 Sei Nazioni vinti negli ultimi 6 anni). Il ragionamento vuol significare che se già sei svantaggiato da un punto di vista numerico nel trovare gente che voglia giocare a pallone, il Galles vanta poco più di tre milioni di abitanti, non hai nemmeno la possibilità (nonostante Gareth Bale) di provocare fascinazione sui ragazzini perchè i rugbisti vincono e tu, nazionale di calcio, non lo fai manco per il cazzo e, in più, fai anche delle figure da cioccolataio che nemmeno Luca Giurato. Per cui, oltre che essere parecchio scarso, il Galles del football si trova anche molto svantaggiato nel cercare nuove leve per il futuro.

Una divagazione nella divagazione: il 6 nazioni 2013 visto da Cardiff.

Succede che alla vigilia dell'ultimo Sei Nazioni di rugby il Galles non parte con i favori del pronostico. Anzi, a voler essere sinceri, è massacrato da stampa, addetti ai lavori e da Riccardo Cavani. Ma il tifoso gallese non ci sta e prepara l'assalto al torneo in questa maniera:

ma che figata è???

E la prima partita, persa malamente in casa contro l'Irlanda, permette ai tromboni malauguranti di suonare ancora più forte. Poi, perchè in queste storie c'è sempre un poi, qualcosa cambia. Francia, Italia e Scozia vengono macinate (più o meno faticosamente) dai dragoni gallesi e, alla vigilia dell'ultimo match contro l'odiata Inghilterra, il trofeo è a portata di mano. Ma ci sono da abbattere proprio gli inglesi, vincitori di tutte le quattro partite disputate fin lì e sulla via del Grande Slam, e la matematica, poichè non basta vincere ma servono anche un tot di punti di scarto (tipo sette o otto, ma qui vado a memoria e posso facilmente sbagliare). L'elettricità in città si sente fin dall'inzio della settimana e, quando arriva il fatidico sabato, ci sono centinaia di migliaia di persone ad affollare i pub e le piazze fin dalle prime ore della mattina. Io mi ci butto dentro come se fosse il mio habitat naturale e, dopo una qualche lattina trafugata a qualche ignaro anzianotto già riverso su una panchina, mi butto nel pub neozelandese per gustarmi Italia-Irlanda. Canto forte l'inno e capisco che gli irlandesi non vanno particolarmente a genio ai gallesi che, per grazia ricevuta, parteggiano chiaramente per me. Inizialmente non dò peso a questa specie di gemellaggio, ma quando la partita comincia a farsi fa dura e prendo ad insultare ogni irlandese che mi passa a tiro, l'aiuto dei supporter di casa si rivela non solo utile ma salvifico ed indispensabile. Fatto sta che vinciamo e, dopo un giro di jager-bomb offerto da un distinto signore che vanamente cercava di parlarmi in italiano, me ne esco e vado all'appuntamento con qualche collega di lavoro per gustarmi il big match. C'è gente dappertutto e sono tantissimi. Tutte le vie sono chiuse al traffico, ma oggi non è un problema di viabilità legato ai mezzi di locomozione. La gente si muove in gruppi di trenta/cinquanta persone. Sono tutti dipinti in viso e hanno tutti la maglietta del Galles. C'è un'elettricità pazzesca, ma è un'elettricità senza nervosismo, è positiva. Io mi muovo sicuro e veloce (o almeno io ricordo così) verso il pub dove ho la punta con i ragazzi. Non siamo distanti dal Millennium Stadium e, mentre sono fuori a fumarmi una sigaretta, sento distintamente l'inno cantato dai tifosi dentro lo stadio. E' un brivido forte, che mi divora dentro come avrebbe fatto da lì a poco la Ale autoprodotta del pub. I 15 in campo, trascinati da cotanto entusiasmo, radono al suolo l'Inghilterra con il più ampio scarto di sempre (30-3 il finale) e si portano a casa il Sei Nazioni modello 2013. Da qui in poi succede il finimondo. La sconsiderata quantità di gente di cui pontificavo sopra si riversa di nuovo in strada molto più felice e ubriaca di prima dando luogo ad uno spettacolo che definire incredibile è poco. E' semplicemente un delirio a cielo aperto dove tutti sono amici di tutti e spuntano beveraggi da ogni dove.

l'hai presa grossa eh Llewellyn?

Una divagazione nella divagazione della divagazione: Cartellino rosso.

In una qualche maniera e dopo un lasso di tempo che non riesco a quantificare, riesco a ricongiungermi con i miei colleghi che giustamente si pavoneggiano come se la partita l'avessero giocata loro. Decidiamo, dopo aver trascorso un altro inqualificabile lasso di tempo nella grande festa di piazza, di finire la serata al 'Revolution'. Per coloro i quali non fossero avvezzi alla movida di Cardiff, il 'Revolution' è il club più cool di tutta la capitale.

se c'è fila allora il posto è bello

Come consuetudine all'esterno del suddetto locale, c'è una chilometrica fila di ragazzi e ragazze vestiti poco e male a strappi nell'ubiquità. Grazie ad un amico di amici, riusciamo dunque a penetrare all'interno senza sborsare un pound e continuiamo nella nostra peregrinazione etilica. Abbiamo una grande idea di merda e ordiniamo una caraffa di whiskey and coke e ci impadroniamo della pista da ballo del piano sottostante. Pista che, grazie alla magnanimità di nostro signore, è ad un tiro di schioppo dalla zona fumatori. In ogni caso, dai e dai, ad una certa siamo sbronzi da radere. Chi mi conosce è al corrente che, dopo aver ingerito enough alcohol, ho la facoltà di trasmutarmi in un simpatico incrocio tra la pacatezza di Pierpaolo Capovilla e la stucchevole capacità relazionale di Antonio Cassano. Ho già passato le fasi "Roma capitale sei ripugnante non ti sopporto più" e "Se mi tocchi il cuore io te lo porto via", ma sto pericolosamente entrando in quella "Vita mia a noi due" che è solitamente accompagnata da gesti poco socievoli. Guardo all'interno del portafoglio e noto che mi rimangono giusti giusti i danari per un'ultima birra. Aspetto "pazientemente" in coda e riesco, dopo un altro lasso di tempo incalcolabile, ad avere una cazzutissima San Miguel da 66 cl. travasata in un bicchierone di plastica pulito come i pensieri di un pederasta. Qui vedo i ragazzi che, puntando al bersaglio grosso (leggasi schopare!), si muovono in direzione del piano di sopra. Non voglio rimanere solo per cui mi accodo a loro e giungo anche io nel dance floor al piano 1. Ed ecco accadere l'imponderabile. Da un divanetto si alza una ragazza che punta diritta verso di me. Mi mette al muro e comincia a limonarmi come se non ci dovesse essere un domani. In qualche modo riesco a mantenere la birra in equilibrio e, tra gli sguardi attoniti dei miei compagni di ventura, riesco a trasportare me, lei e la birra sul divanetto da cui ella proveniva. E su quel divanetto, dopo un altro limone da antologia del bacio alla francese, avviene il patatrac. Traduco il dialogo che è suguito nella maniera più fedele possibile, dandovi anche una legenda per comprendere meglio: S sta per Santu (ovvero io), G sta per girl (ovvero la ragazza), B sta per bouncer (ovvero il buttafuori del piano di sopra).
La guardo, lei mi guarda, io dò una bella sorsata alla San Miguel.
G:"Sai... Io avrei anche sete..."
S:"Ci sta. Ci sono un sacco di zone bar nel locale, non credo starai via molto. Comunque io ti aspetto qui."
G:"Beh non mi offri da bere?"
S:"Ho finito i soldi proprio un minuto fa."
G:"Beh allora potresti darmi un pò della tua birra."
S:"Non scherzare, dai."
Lei si appropinqua per prendere il bicchiere, ma io sono più svelto e me lo porto via. Poi, con un sorriso inequivocabile, le dico:"Se tocchi la mia birra ti ammazzo."
E' chiaramente uno scherzo ma lei se ne va offesissima in direzione del butta. Che la ascolta e viene verso di me.
B., prendendomi per un braccio:"Credo che sia il momento di uscire."
S."Scherzi?"
B."Per un cazzo. O te ne vai con le buone o con le cattive."
S."Posso almeno sapere il perchè?"
B."Hai detto a quella ragazza che l'avresti uccisa."
S."Mi stai prendendo in giro, vero? Secondo te potrei mai mettere le mani addosso ad una ragazza? Siamo seri dai."
Lui non sente ragioni e mi tira a lui. Sono sottobraccio al butta e vedo il ghigno di lei mentre sta per mettere le mani sulla mia San Miguel.
S."Ok me ne vado fuori, ma mi fai prendere il telefono che l'ho lasciato sul divanetto?"
B."Va bene. Fai in fretta."
Così volo verso di lei, prendo la mia birra, gliela rovescio addosso e, ridendo forte, le sillabo "O mia o di nessuno". Poi torno dal mio amico butta che, per mia enorme fortuna, non ha assistito all'ultima cassanata e mi accompagna all'uscita colpendomi solo un paio di volte a tradimento sulla schiena. Il mio problema è che per difendermi devo assolutamente comprarmi un Baresi.

video
Hosteria!!!

La litania di Paul: il rigore di Bodin.

Se Lucio Battisti fosse ancora vivo si chiederebbe di sicuro: Che anno è? Che giorno è? E io gli risponderei: era il diciassette di novembre del 1993. Siamo proprio a Cardiff e siamo dentro ad Arms Park, il campetto che temporalmente precede la costruzione del Millennium Stadium. Siamo pronti per tornare all'unica materia che seriamente ci attrae: il calcio giocato ed ai suoi aspetti meno celebrati. Come ci ha spiegato in maniera molto elegante Simoncino Zeman Ferrari nel post 'Nessuno che uligana', i mondiali del 1994 si svolsero negli Stati Uniti. E noi, adesso proprio adesso, stiamo seguendo l'ultima partita di qualificazioni del gruppo 4 della zona europea ai suddetti campionati mondiali. Si affrontano i padroni di casa del Galles e la Romania di Hagi, Dumitrescu, Petrescu e Raducioiu. Il gruppo 4 è intricato come un cubo di Rubik e, prima dell'ultima tornata, la classifica recita: Belgio 14 punti, Romania 13, Galles e Cecoslovacchia (che impressione scriverlo ancora tuttattaccato) 12. Proprio in quest'ultimo giro di giostra si affrontano Belgio-Cecoslovacchia e, appunto, Galles-Romania. Chi scrive i copioni della vita, alle volte, riesce nell'impresa di fare le cose talmente bene da farle sembrare finte. Belgio e Cecoslovacchia sfoderano un pareggio ad occhiali ed il Galles si trova così ad una vittoria dalla storica qualificazione al mondiale a stelle e strisce. Ma nonostante la spinta incessante del pubblico, accorso in massa sbattendosene le palle della pioggia e del vento (che qui sono talmente usuali da essere parte della città), i gallesi fanno la figura dei gatti di marmo per tutto il primo tempo. Come se non bastasse, un tiro non irresistibile di Gheorghe Hagi trasforma il portiere gallese Neville Southall nello scemo di serata e fa 0-1, risultato che chiuderà la prima metà.

il portierone Southall, un ciccio-panza notevole non c'è che dire

Tra prima e seconda frazione i gallesi si caricano e, forti anche delle individualità che possiedono (Ian Rush, Ryan Giggs, Gary Speed, Dean Saunders) si riversano in massa nella metà campo rumena sparando campanili in the box con britannico cipiglio. Sono quei momenti in cui non hai più nulla da pardere ma non vuoi arrenderti, perchè certi treni passano solo una volta nella vita. Sportiva e non, claro. Così, mentre il minuto numero 61 stava scappando via, una mischia furibonda in area rumena riaccendeva la fiammella della speranza. Punizione dalla tre-quarti battuta da Giggs e palla in area. Dopo tre colpi di testa assolutamente casuali e fortuiti il pallone arriva a Saunders nei pressi della linea di porta che lo inzacchera con una zampata. 1-1 e che l'assalto alla diligenza abbia inizio. Passano poco meno di sessanta secondi e un truffaldino Gary Speed si procura un rigorino tutt'altro che solare. E' un Galles che potrebbe dare vita al vecchio detto "From zero to hero" ed acchiappare per i capelli la tanto agognata qualificazione per i mondiali di calcio ammeregani. Sul dischetto, nel giubilo generale, si presentano Paul Bodin e la sua chioma bionda tanto anni '80. Bodin è calmo, d'altronde non ha ancora sbagliato un rigore in tutta la sua carriera. Vuole dare una grande gioia al suo popolo, ancor più grande se si pensa che il Galles sarebbe l'unica nazionale di sua maestà ad approdare nella ex colonia. Ed invece chi scrive i copioni di questa assurda vita decide che quello non è il momento dei dragoni.

video
Ball don't lie?!?

Ovviamente il morale dei rossi è fiaccato e i gialli di Romania godono di vaste praterie che gli permettono di siglare, a otto minuti dalla fine, il gol qualificazione e di bruciare le residue speranze gallesi. A declamare la sentenza è Florin Raducioiu. Ve lo ricordate? Quella pallida imitazione di attaccante che, in Italia, vestì le maglie di Bari, Verona, Milan e Brescia. Beh il buon Florin, vi butto lì questa curiosità, non è solo famoso per quest'importantissimo sigillo ma anche e soprattutto perchè è l'unico giocatore nella storia del calcio ad avere segnato nei 5 tornei più importanti d'Europa, ovvero Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e Francia.

che bel pischelletto!

"Per cinque centimetri non siamo andati al mondiale" mi ha spesso ripetuto Paul. E poi dicono che le misure non contano...

ONE TWO THREE, VIVA L'ALGERIE

Qualche tempo fa un affezionato degli 11IS ha pubblicato sulla pagina FB del gruppo un' interessantissima intervista ad Adel Taraabt, centrocampista dei Queens Park Rangers, personaggio dalla lingua che taglia cuce e fa l'orlo a giorno, il quale, dopo aver detto peste e corna del Campionato Italiano e aver sproloquiato cazzate circa l'Islam, Allah e il Ramadam (nulla contro i mussulmani, come non ho nulla contro i cattolici più ferventi, come non ho nulla contro i negri, i napoletani, gli omosessuali -purchè tutti questi fenomeni non si presentino contemporaneamente-, ecc... ma quando trovo qualche idiota che ne parla con fanatismo, mi vien la mosca al naso, o meglio sarebbe dire un esercito di mosche, considerate le fattezze del mio pretty noose), se n'è uscito con un passaggio che mi ha molto colpito.


Un tipico pezzo algerino di quei tempi

Leggete attentamente perchè la seguente dichiarazione fa da premessa all'articolo.

Berta in una foto di repertorio

[Sulla scelta di giocare per il Marocco piuttosto che per la Francia] Mio padre, marocchino, insisteva per i Bleus, ma a casa si mangia e si parla arabo. Mi sento francese, ma l'inno del Marocco mi fa vibrare più della Marsigliese. E la Francia ha un problema di razzismo. Se scoppiano casini in nazionale è sempre colpa dei neri, dei Nasri, Ben Arfa, Benzema, mai dei Menez che non è neanche un cognome francese. Allora tanto vale convocare solo bianchi.”

Primo punto di riflessione: godo sempre a bestia quando scopro che gli impeccabili cugini d'oltremanica hanno gli stessi problemi che abbiamo noi, ma in misura maggiore.
Il secondo punto di riflessione lo suggeriva invece la versione cartacea della Gazzetta del giorno in questione, che, in un minuscolo trafiletto a fianco dell'intervista a Taraabt, riportava il caso di alcuni giocatori francesi di ormai cinquant'anni fa, i quali abbandonarono la casacca bleus e decisero di giocare per quella che, a distanza di qualche tempo, sarebbe divenuta la Nazionale dell'Algeria.

Specialità del giorno, illustre sconosciuto della puntata: Rachid Mekhloufi (venendo incontro alle vostre limitate capacità di comprensione si pronuncia “Meclufì”)

Berta in un'altra foto di repertorio

Rachid nasce a Sétif, Algeria francese, nel 1936, ma cresce in Francia che è cosa diversa, che è la Madrepatria. Coi piedi è bravo, e dai 18 ai 22 anni gioca come centrocampista per il fortissimo St. Etienne e per la Nazionale francese. Per capirci: si tratta di un calciatore incredibile, è come se adesso parlassimo di Karim Benzema, o qualche anno fa avessimo parlato di Zinedine Zidane (e non è un caso che lo stesso Mekhloufi fosse definito il Monsieur Football dell'epoca).
Beh, nel 1958 Rachid Mekhloufi sparisce dalla circolazione e, come se non bastasse, nello stesso momento scompaiono altri dieci giocatori di origine algerina che giocavano ai vertici del campionato francese. Come idea immaginate che il Real di oggi debba giocarsi il Clasico e alla domanda:”Perché non gioca Benzema?”, Jose Mourinho risponda:”Chi nisuno sa”.
Beh, magari come paragone non ci siamo, ma solamente perché è ben difficile trovare una storia paragonabile a questa.

Occhio perché questa è una delle più belle pagine incollate della storia del calcio.

Prima però facciamo un quadro della situazione geopolitica della Francia del tempo.
L'Algeria è una colonia francese che la Madrepatria controlla a fatica attraverso qualche bel discorso di De Gaulle, qualche captatio benevolentiae, due o tre vetrini colorati con cui i selvaggi del deserto possano divertirsi, ma soprattutto in virtù dell'appoggio di un governo militare in loco.
Ma si sa, i francesi sono speciali nel costruire immensi castelli di merda che sono irrimediabilmente destinati a crollare, e la situazione algerina di fine anni '50 non fa difetto.
Esiste infatti un Fronte di Liberazione Nazionale che combatte per l'indipendenza dell'Algeria dalla Francia, e che si sta trasformando sempre più velocemente in una faccenda dannatamente seria. E quando i proclami di grandeur cominciano ad andare a puttane, i francesi sono eccelsi anche in un'altra specialità: cadere dalle nuvole e meravigliarsi del perché le cose siano andate in vacca.


A 2' e 50'' un Rachid un po' invecchiato spiega cosa successe nel 1958, tra l'altro all'alba dei mondiali in Svezia dove comunque i Bleus riuscirono a fare bella figura, nonostante l'assenza dei “mezzi-francesi” e grazie ad un altro straordinario giocatore, di cui ovviamente Santu ha già parlato qualche tempo fa, JustFontaine.

We decided to reject it all. In spite of our Selection, and in spite of the potential fame, money and wealth we could have earn. We went to join on with the National Liberation Front, we wanted to represent Algeria in matches across Europe and the Arab World.”

Quanto dice Mekhloufi, converrete, è tanta roba.
Ai mondiali del 1958 diventa famoso Just Fontaine perché realizza un numero di gol “sufficiente” (sì, è un eufemismo) per lucrarci sopra tutto il resto della sua vita, e passarsela alla grande, ma di Rachid non si fa menzione se non per chiedersi dove diavolo sia mentre la Francia rischia di vincere un Campionato del Mondo.
Ebbene Rachid ha altro da fare.
Con un'insostenibile leggerezza dell'essere degna solo dei ventenni con un sacco di belle idee in testa (o degli stupidi, vedete un po' voi) decide che la cosa più importante in quel momento della sua vita (e in quel momento della storia dell'Algeria) è dare vita alla Selezione nazionale di uno Stato che non esiste ancora. Convince i ragassi franco-algerini come lui a seguirlo e questi, dopo aver abbandonato la Francia one by one, cominciano a giocare per una nazionale che non esiste, una squadra che passerà alla storia col nome di FLN football team.


Torniamo un secondo ad Adel Taraabt, l'omino che volente o nolente ha dato il la a questa sbabbela. Il centrocampista del QPR ha deciso di rinunciare alla nazionale francese scegliendo il Marocco senza alcun macigno sullo stomaco, una mossa che mi sentirei di definire quasi indie, quell'indie che però ci ha bellamente rotto i coglioni.
Perché fondamentalmente cosa cazzo glie ne frega?
A casa sua parlano arabo e quindi lui si sente marocchino, bene, bravo, hai vinto un mappamondo! come dice Jules Winnfield in Pulp Fiction.


Intanto però, carissimo il mio Adel, non rinunci alle sterline che ti danno a Londra e così è facile, cocco, molto molto facile. Manca il cuore che ha sempre ragione e manca l'amore che, come ebbe a dire una volta mio zio Enzo mentre scavava col cucchiaio quel che rimaneva della sua miscela Leone, muove il sole e le stelle.


Spesso qualcuno diventa celebre se qualcuno più celebre di lui lo riconosce come tale, e ad aver onorato Mekhloufi di tale pregio è Eric Cantona, l'unico, sempre stando all'intervista ad Adel Taraabt, di cui Ferguson conserva la foto nell'ufficio.

Per Ferguson starei pure zitto in panchina e lavorerei duro. Ha creato un mito come Cantona, altro marsigliese, ma con un carattere peggiore del mio: non potrei mai aggredire un tifoso. Però alla fine c'è solo la sua foto nell'ufficio di Ferguson".

Le Roi di Manchester pochi mesi fa si è adoperato nella realizzazione di una serie di documentari sui ribelli del calcio, chiamato per l'appunto ”Les Rebelles du foot”, in cui parla anche del nostro Rachid.
Che sia troppo? Non credo.

Diobo Socrates se è figo.

Come dice il vecchio barbuto verso la fine del video soprapostato, quando si è rivoluzionari esistono molti modi per ribellarsi, ma ne esistono alcuni che non prevedono l'uso di armi e per quei ragazzi l'unico sistema era quello di tirare calci ad un pallone, e questo non perché avessero semplice voglia di giocare ma perché era l'unico sistema con cui potessero sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale circa il problema dell'indipendenza algerina.
Per la serie:”Se ci sentiamo parte di una Nazionale di calcio, come è possibile che il mondo non si accorga che forse apparteniamo ad una nazione diversa da quella scritta sui nostri passaporti coloniali?”

Vennero considerati disertori belli e buoni, e una volta sbarcati in Tunisia, dove li accolsero, non solo cominciarono a giocare per il Fronte di Liberazione Nazionale contro le selezioni di altri nazioni arabe e dell'Europa dell'Est, raccogliendo tra l'altro 65 vittorie su 91 partite disputate (furono definiti “I diamanti bruni”), ma diventarono il simbolo di quello che sarebbe poi stato il governo algerino, incontrando, in prima persona, diversi capi di governo del tempo.

Nel 1962 l'Algeria proclamò la propria indipendenza dalla Francia, e il compito di Rachid Mekhloufi e dei suoi diamanti bruni poté dirsi concluso e la sua “finta” nazionale acquistò i crismi dell'ufficialità. Non solo venne riconosciuta la sovranità di una nazione, ma anche la legittimità di quella nazionale che il Diamante Bruno di Sant'Etienne aveva contribuito a creare.

Finita qua questa bella storia cosparsa di melassa disneyana?
Manco po 'o cazz.
Due domande su tutte.
  • Che fine fece Rachid?
  • Che cosa combinò l'Algeria?

Mekhloufi, all'età di 25 anni (quindi nel pieno della sua carriera agonistica), tornò a giocare in Francia per la stessa squadra che quattro anni prima aveva abbandonato: il St. Etienne, che lo reintegrò senza troppi intoppi.



L'Algeria si affermò come una realtà calcistica di valenza continentale e mondiale, toccando il punto più alto della sua storia nel 1982, quando, qualificata per la prima volta ai Campionati del Mondo, nel proprio girone batté per 2 a 1 la grande favorita del Mundiàl spagnolo: la Germania Ovest.
Se avete guardato attentamente il primo video postato sapete già dire chi fosse l'allenatore degli eroi algerini che sconfissero i crucchi. Se non siete stati attenti andate al 40'' e tenete aperti occhi e orecchie. Se non ne avete voglia ve lo dico io: è proprio lui, Rachid Mekhloufi, quello che aveva asfaltato la strada per tutti.

Come dicono da quelle parti: one two three, VIVA L'ALGERIE!

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