DOBRO, VLADIMIR!

LE COINCIDENZE NON ESISTONO

Qualche tempo fa sono stato in Irlanda e ho visitato le Isole Aran. Potrei parlarne per giorni ma comunque le si vogliano intendere (morfologicamente, per geografia, a livello paesaggistico, dal lato umano), esiste una sola parola per renderne l'idea: otherworldliness, che in italiano potrebbe suonare come “l'evidente sensazione di trovarsi in un altro mondo”.

Ebbene, passate due settimane dal viaggio in Irlanda mi trovo a sfogliare un libro, uno di quelli sopravvissuti in assenza di grazia, ossia durante il trasloco da casa dei miei a Maranello a San Antonio, TX.
Tra una pagina e l'altra pesco una cartolina, messa probabilmente lì da chi lo aveva letto prima di me, a mo' di segnalibro. È indirizzata a mio nonno, che non c'è più, e ad averla firmata sono Luca e Alessandra, mai sentiti prima. Scrivono una “morandata”:”Se hai ancora voglia di lavorare la terra e di andare a caccia, vieni a fare un giretto in Irlanda”. Guardo l'immagine davanti e penso sia una bella coincidenza il fatto che, tra tutti i paesi da cui Luca e Alessandra avrebbero potuto spedire la cartolina, l'avessero fatto proprio dall'Irlanda, che io avevo messo sulla mappa non più di una quindicina di giorni prima.

Daje nonno, tirami giù due fagiani

Però... quelle distese verdi frazionate da meravigliosi muretti a secco, l'oceano che si confonde col cielo, quelle scogliere che cadono a strapiombo sull'acqua: sta' a vedere che questa cartolina non solo viene dall'Irlanda, ma è stata spedita nientepopodimeno che dalle Isole Aran! Il paesaggio è quello: tale e quale. Volto nuovamente la cartolina e ne leggo il paese di provenienza: Beara. Non faccio caso al fatto che ci sia scritto anche “peninsula” ma, del resto, l'ignoranza non va mai in vacanza, e cerco su Wikipedia e, ahimè, no, nonostante si somiglino moltissimo, Beara non fa parte del mini-arcipelago delle Aran Islands, è più a sud, non è nemmeno un'isola (e questo doveva essermi chiaro fin da subito, ndr) e si trova nei pressi della città di Cork.

Uno dei momenti più belli della mia esistenza

Ma c'è qualcos'altro che non gira per il verso giusto. Beara, Beara, Beara... dove e quando mi sono già imbattuto in questo nome? Mi scervello e, a ben pensarci, la risposta è dietro l'angolo.
FISICAMENTE dietro l'angolo. Perché sì, mentre facevo colazione al bar in fondo alla via, sulla Gazzetta dello Sport ho letto la notizia della morte di un portiere croato di cui non avevo mai sentito parlare prima: tale Vladimir Beara.

Notare le ginocchiere homemade

Le coincidenze non esistono e non credo nemmeno sia un caso che proprio quest’estate abbia deciso di passare le ferie in Croazia. Things happen e, quando succedono, succedono per un motivo: a volte è la volontà degli dei antichi e nuovi, a volte il destino, a volte il semplice fatto che qualcuno dovesse scrivere di Vladimir Beara.


LA QUALITA’ DELLA DANZA

Come direbbe il mio compagno di scrittoio, quello balcanico è l'ultimo universo calcistico che si può ancora definire naif. E se lo è ora, figurarsi una volta quando l'oscuro -e, a suo modo, romantico- sistema sportivo sovietico imprigionava i propri atleti sotto un cono d'ombra e li plasmava a propria immagine e somiglianza: imprese eccezionali confinate alla deriva della storia, umanità poliedriche sfumate dal grigio della guerra fredda. Vladimir “Veliki” Beara fa, con tutti i crismi, parte di questa categoria di atleti e, più generalmente, di esseri umani.

Ascolto consigliato: Huligani Dangereux - CCCP

Questo disco è bell'e che esposto in casa mia: un aiuto dal cielo e dal popolo non guastano mai


Nato e morto a Spalato in Dalmazia, Beara diventa portiere un po' per caso e un po' per scelta.
Dico sempre che essere al posto giusto al momento giusto può non essere sufficiente: occorre accorgersene, e il giovane Vladimir si trova esattamente in una situazione così mentre assiste ad un allenamento dell'Hajduk e non c'è nessuno da mettere in porta per un'esercitazione di tiri dal dischetto. Il fato, di azzurro vestito, aveva bussato alla porta e lui, che fino a quel momento aveva solo danzato (ed era così bravo che si diceva potesse far parte dell’Operà di Belgrado), si propone come para-rigori e diventa in poco tempo portiere della squadra del cuore prima, e della “Nazionale” jugoslava poi (il virgolettato è d’obbligo).

Just dance

Quand'ero un bambino e giocavo a pallone nei prati o nei cortili sotto casa, uno dei principali motivi di lite erano i gol segnati, su azione, dal portiere della squadra che schierava meno pischelli in campo. Ad un accenno di polemica della compagine che vantava la superiorità numerica, la risposta era spesso:”Beh, intanto s'era detto portiere volante!”giustificando così la legittimità della rete segnata dall'estremo difensore che, nel caso non avesse avuto la facoltà di “volare”, ossia di uscire fuori dai pali finanche a poter segnare, non si sarebbe mai potuto avventurare lontano dalla sua area.
D’accordo, il significato è differente ma con Beara non c'è alcun bisogno di dichiarare a priori questa condizione, dato il suo spiccato senso per il volo. Vladimir importa nel rettangolo verde dell'area piccola la coordinazione locomotoria acquisita in anni di danza: rappresenta uno dei pochi casi di essere umano con la testa ben piantata per terra e i piedi per aria.
Chi ha deciso della sua vita lo ha preso in simpatia, una bizzarra simpatia, gli ha regalato un talento che lui ha mutuato in un ambito diverso e in cui avrebbe ottenuto risultati incredibili: ovvero come applicare la leggiadria del balletto al volo tra il primo palo e quello lontano.


I BALCANI: UNO STATO D’ANIMO

Ammesso e non concesso che ci interessi veramente, chiediamoci cosa vince e cosa no.
Gioca otto campionati con la maglia azzurra dell'Hajduk e ne vince tre.
Disputa una sessantina di incontri con la “Nazionale” della Jugoslavia (il virgolettato è d’obbligo), perdendo di sghetto (come direbbero dalle parti di Bologna) la finale olimpionica del '52, in cui fa comunque in tempo a parare un rigore a Puskas, e disputa tre mondiali in cui le sue generalità passano in cavalleria perché al tempo, in porta, giocano eroi di più alto lignaggio: Yashin, Tomaszewki, Banks, Maier, Mazurkewicz…

Gioca per la Stella Rossa di Belgrado perché in quegli anni, in Jugoslavia, se qualcuno non è d'accordo quella è la porta e la parola “porta” non ha un'accezione positiva. Per cui, se anche a Spalato si corre il rischio di insurrezione popolare, quando l’intellighenzia di matrice serba ti suggerisce che nella Capitale non c’è il mare ma non si sta poi così male, tu fai armi e bagagli e ti trasferisci lì con tutta la joie de vivre del caso. Di cinque campionati ne vince quattro, così, tanto per gradire. Vince anche due coppe "nazionali" (il virgolettato è d'obbligo) e, già che c'è, sorride con ghigno faino ogni volta che si tuffa.

Altri tempi

Non mette la barriera quando gli battono contro le punizioni, ha quell'istinto che, tanto per capirci, un Dino Zoff avrebbe più tardi sostituito con un più lungimirante ma -ne siamo tutti convinti- più noioso senso della posizione, è autore di parate al limite dell'inverosimile (si cerchino i tags Wembley - Hancoks - Maestri inglesi anche no), conserva un'eleganza stilistica donatagli dalla danza, sa parare coi piedi, Yashin lo elogia pubblicamente più volte e, quando è in predicato di attraversare l'Adriatico per giocare in Italia qualcosa gli dice male e ripara nella Germania dell’Ovest.

Ma quel che frega a noi è che il ballerino di Spalato, e qui torniamo al discorso del grigiume filosovietico che albergava nella Ex-Jugo, non solo diventa l'orgoglio croato, nella fattispecie dalmata, ma incarna pure la vendetta obliqua dell'homo sapiens varietà balcanicus ai danni del regime del Maresciallo Tito.

Sta' 'na brava berzona, Simò

C'era una barzelletta che girava tra le coste della Dalmazia e lungo le rive del fiume Sava. 
Un bambino va da Tito e gli chiede due autografi. Allorché il Maresciallo chiede perché ne voglia proprio due. Il bambino, quasi fossero figurine, risponde che per due dei suoi riesce ad averne uno di Beara. La barzelletta taceva il fatto che quel bambino riuscisse o meno a diventare vecchio e a non essere incarcerato per reati ideologici, ma questo aneddoto dà l'idea di quale mito fosse e cosa rappresentasse per la propria gente Vladimir Beara, quello che qualcuno considerava, alla stregua di un supereroe, l'uomo di gomma e anche il portiere dalle mani di acciaio.


IL CUORE HA SEMPRE RAGIONE

Tuttavia, ciò che mi ha colpito della sua storia è stata una nota a margine nemmeno tanto chiara, riguardo una vicenda di contrabbando che, a dire il vero, nella letteratura sportiva della guerra fredda non era così inusuale. Vladimir Beara e un suo compagno (purtroppo, per quanto non fosse impossibile la casualità, non Vujadin Boskov) vennero fermati dalla polizia slava al rientro da una trasferta in Francia, dopo una partita disputata con la “Nazionale” (il virgolettato è d’obbligo). 
La polizia doganale confiscò a Beara e al suo socio valigie colme di merce non autorizzata e se Veliki (“Il Grande”) la passò liscia fu solo per manifesti meriti sportivi.
Vladimir giurò sempre che prima o poi ne avrebbe spiegato il motivo ma non lo fece mai, non fece in tempo; si limitò sempre a dire che tutto quello che aveva fatto, lo aveva fatto per amore.

Quanto son belli i laccetti nella maglia?

Non è dato sapere se al tempo avesse un'amore oltre la Cortina di Ferro, una fiancée, un'amante o qualcosa del genere, era come se nel parlare di quella storia di contrabbando avesse il mare nelle orecchie (magari proprio quello della sua adorata Spalato), come quando si sente ma non si ascolta, si fissa senza guardare, come quando si è innamorati e sembra di volare, di librarsi in aria e di avere l’evidente sensazione di trovarsi in un altro mondo: otherworldliness, don’t you know?

Come quando tutto quello che si fa, lo si fa per istinto e perché il cuore ha sempre ragione; un po’ come ballare, un po’ come fare il portiere, e “scegliere” di farlo per la squadra amata, fino a diventarne una leggenda, fino a diventare la leggenda di un'intera “Nazione” (e il virgolettato, come sempre è d'obbligo).

Dobro, Vladimir!



IL CAPO DELLA SITUA

L’episodio pilota: Time is a flat circle, David

Questa storia comincia con un gol bellissimo. Uno di quei gol che chiunque abbia calcato un campo rettangolare sogna di realizzare.
Immaginate di essere a Parigi, più precisamente al Parco dei Principi, il 13 ottobre 1993. Lì si gioca Francia-Israele.
Servono, però, un paio di fondamentali coordinate spazio temporali sulle quali costruire il nostro grafico cartesiano: si tratta della penultima giornata di qualificazione al mondiale americano e ai transalpini manca un punto per vidimare il passaporto e prenotare il volo transoceanico.
Si metta a verbale anche che gli israeliani, dal canto loro, sono la cenerentola del girone e hanno realizzato la bellezza di due punti in sette partite, conditi per di più dalla miseria di cinque reti.
Scende una pioggia incessante su Parigi, ma lo stadio è gremito e impaziente di festeggiare un mondiale atteso otto anni, dopo i fasti 80’s appena trascorsi.
L’inerzia dell’incontro, contro ogni logica e contro ogni bookmaker, vuole che dopo 20 minuti sia Israele a portarsi in vantaggio a conclusione di una bella azione corale conclusa dal carneade Harazi.
Les blues di Gerard Houllier non si scompongono e prima pareggiano alla mezz’ora con una rasoiata da venticinque metri del neo atalantino Frank Sauzée e, quasi allo scadere della prima frazione, si portano in vantaggio con lo straordinario gol di cui sopra.

David Ginola, splendida ala di cui è stato detto e scritto praticamente tutto, raccoglie una sventagliata di Didier Deschamps un paio di metri largo a sinistra rispetto al vertice dell’area di rigore avversaria. Mette giù il pallone di petto, converge e scarica un destro a giro imparabile per qualunque portiere in attività in quell’ottobre 1993. Si badi bene che raramente precisione, potenza e teatralità si fondono in maniera così perfetta. È un gol copertina, di quelli che ai giorni nostri riempirebbero le home-page dei siti sportivi per giorni e giorni.


David Ginola, perché io valgo

Per questo, stando così le cose, all’intervallo Francia avanti 2-1 e qualificazione sostanzialmente in ghiaccio.
I francesi, senza dimenticare la spocchia e il savoir-faire che li hanno sempre contraddistinti, gigioneggiano per tutta la ripresa dimenticando colpevolmente di chiudere la partita.
Per questo motivo quando, al minuto 83, Rosenthal prova un colpo sotto ridicolo e Bernard Lama lo respinge sui piedi del neo entrato Berkovich, in pochi possono sentire cattivi presagi nell’aria umida di Parigi. Certamente non Marcel Desailly che trascina il pallone in porta con la stessa ineluttabilità con cui i massi di pietra trascinavano gli spioni sul fondo del porto del Queens ai tempi della famiglia Gambino.
Ma, onestamente, un punto bastava e un punto stava arrivando. Che problemi avrebbero mai potuto creare questi scappati di casa ad una corazzata come quella francese?
Mo’ ve spiego: 32 secondi dopo il minuto novantadue, Berkovich allarga per Levy che corre sulla fascia sinistra, si beve in allegria Desailly e Laurent Blanc e mette un pallone infido all’interno dell’area transalpina. Qui irrompe Reuven Atar che in demi-volée deposita le ballon dans au but e condanna la Francia ad attendere un altro turno in prigione prima di poter partire per gli Stati Uniti.

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lo splendido goal di Ginola e i prodromi di un suicidio collettivo

E il turno decisivo si gioca il 17 novembre 1993 contro la diretta concorrente per l’ultimo posto disponibile in quel Gruppo 6: la Bulgaria.
È la classica partita da dentro o fuori in cui la Francia padrona di casa ha nuovamente due risultati su tre per imbarcarsi verso il mondiale americano.
Per l’occasione rientra “Le God” Cantona che gioca in luogo di Ginola e realizza la rete del vantaggio transalpino al minuto trentadue su sponda aerea di Jean Pierre Papin. Il cross che mette in moto JPP, per onore di cronaca, è di Didier Deschamps che aveva fatto partire l’azione con un’entrata killer non sanzionata dall’arbitro ai danni di quel bel mago di Trifon Ivanov.

che la terra ti sia lieve Trifon

Neanche il tempo di dire “libertè, egalitè, Beyoncè” che da un corner battuto da Balăkov, Emil Kostadinov sbuca sul primo palo e pareggia i conti. Sono trascorsi cinque giri d’orologio.
Inutile sottolineare come la tensione torni a salire oltre il livello di guardia e ammanti le squadre che, per certificare questo climax, scelgono di non mandarsele a dire anche in virtù di quanto occorso nella gara di andata disputata a Sofia, in cui i bulgari vinsero due a zero e presero letteralmente a sputi i transalpini dopo il triplice fischio.

A venti minuti dalla fine, nell’ottica di sfruttare maggiormente il possesso palla, Houllier manda sul campo David Ginola in luogo dell’acciaccato Papin.

Il nostro, però, non è giocatore che ama le perdite di tempo e i cosiddetti giochini. E quest’attitudine lo porta, al quarantasettesimo secondo dopo il minuto 89, su azione da corner, a cercare un improbabile cross al centro dell’area bulgara invece di muoversi verso la bandierina e far scorrere gli ultimi secondi del match in questione. A parte che nei sedici metri bulgari c’è solo Eric Cantona, il cross risulta comunque troppo lungo ed è facile preda della retroguardia che rilancia per un’ultima azione, per l’ultimo assalto.
La palla giunge così a Ljuboslav Penev che lancia al bacio Emil Kostadinov che brucia Roche e fucila un missile terra-aria sul primo palo che bacia la traversa e si insacca.

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la legge di Freddy, Andre e Santu: se qualcosa potrà andare storto, ci andrà

Ljuboslav Penev ed Emil Kostadinov sono il giudice e il boia di quella Francia… Proprio loro che in quel novembre erano entrati in Francia illegalmente, sprovvisti di regolari documenti, nascosti nel baule della macchina del portiere bulgaro Borislav Mihajlov, che giocando in Francia per il Mulhouse conosceva perfettamente i posti di blocco più sguarniti tra Francia e Germania. Roba da film!
Così il Parco dei Principi si gela un’altra volta e non si riprenderà per un quadriennio abbondante.
L’ultimo biglietto per i mondiali USA lo stacca, all’ultimo respiro, la Bulgaria.
Bog e bulgarska! Dio è bulgaro!

La Francia tutta, con il c.t. Gerard Houllier a fare da capofila, se la prende con David Ginola reo di non aver tenuto quel fottuto pallone tra i piedi e di essere il solo responsabile del fallimento della spedizione. Teoria, a mio modo di vedere, parecchio discutibile ma sfortunatamente comprensibile, data la trivialità della natura umana in generale e pallonara in particolare.

Time is a flat circle, David.

poco da fare, la classe non è mai acqua

La vie en Blanc/Rouge A-side

nel niente sotto il sole

La Bulgaria che si presenta ai nastri di partenza di USA ’94 è tutt’altro che una squadra di merda. Anzi. Si piazza in campo con un 4-3-3 che, come vedremo, avrà un paio di varianti statisticamente rilevanti.

In porta c’è lo scarso crinito a fasi alterne Borislav Mihajlov, l’uomo dal baule sempre pieno e dal miracolo facile. Difese la porta della Bulgaria già al mondiale del 1986, mandando in menata Altobelli e compagni che all’esordio non andarono oltre l’1-1 contro una squadra non certo irresistibile. Davanti a lui Hubčev, Kremenliev, Cvetanov e uno degli idoli personali di chi vi scrive: il bel Trifon Ivanov menzionato poche righe sopra. Difensore roccioso ma dai piedi abbastanza educati, il suo colpo migliore era la punizione dalla lunga distanza in quanto nel suo piede destro erano presenti tracce di tritolo di poco inferiori a quelle rintracciate nel sinistro di Rivelino. Per motivi che vi appariranno implacabili più avanti, però, furono rarissimi i suoi calci piazzati con la maglia della nazionale.

Davanti a loro Jankov fungeva da 4 classico con ai lati le smaliziate mezz’ali Balăkov e l’Attila Lombardo dell’est Iordan Lečkov, che portavano in dote l’enorme esperienza accumulata giocando in Bundesliga con Stoccarda e Amburgo.
La linea offensiva prevedeva i due giustizieri della Francia, Penev e Kostadinov, e con la libertà di giostrare dietro di loro, o davanti, o di fianco, insomma di fare un po’ il cazzo che gli pareva che tanto qualcosa di pericoloso sarebbe uscito dal suo cilindro, uno dei due più grandi giocatori bulgari all-time: Hristo Stoičkov*.

Il sollevatore bulgaro

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Preferisco le impressioni. Le impressioni emozionano. È inutile conoscere: molto meglio supporre. (V.C.) 

Hristo, già dal nome, rappresenta quei tipi di giocatori tanto cari a chi scrive: talentuosi oltre ogni limite della decenza ma anche, oltre lo stesso limite, irascibili, dissipatori di occasioni, casinisti e, in ultima istanza, capaci realmente di qualsiasi cosa.

sul Mercedes cabinato è arrivato il Marajà

Hristo che saltò il mondiale del 1986, già allora era il migliore della nazione con un paio di giri di pista sul secondo, perché nella finale di ritorno della Coppa di Bulgaria nel 1985 tra il suo CSKA e il Levski Sofia - dopo il 4-0 dell’andata - entrò in campo indossando, con chiari intenti provocatori, il numero 4. E che non ancora soddisfatto prese parte attiva alla rissa finale che costrinse il governo bulgaro, non avete letto male IL GOVERNO BULGARO, a sciogliere le due squadre e a sospendere i giocatori coinvolti nella rissa a tempo indeterminato.
Hristo che fece innamorare Johann Crujiff, che se lo fece comprare immediatamente dopo la doppia semifinale di Coppa delle Coppe - stagione 88-89 - che vide il Barcellona eliminare il CSKA. Doppio confronto in cui Stoičkov segna tre reti e fa ammattire i catalani.
Hristo che, per ripagarlo di cotanta fiducia, nel dicembre del 1990 durante la finale di  andata della Supercoppa di Lega contro il Real Madrid reagì all’espulsione del suo mentore in panchina rifilando un pestone all’arbitro, chiaramente reo di peccato di lesa maestà.
Hristo che, si narra, facesse incetta di “regalini” direttamente dagli effetti personali dei suoi compagni di spogliatoio, Hristo il cattivo, Hristo parte integrante e fondamentale del maledetto “Dream Teamblaugrana che vincerà tutto a inizio anni ’90, Hristo che ovunque è stato, tranne Parma forse, è rimasto nel cuore della gente.
Hristo numero 1 a pari merito nella storia del calcio bulgaro.
Ecco, come dire, a manovrare la Bulgaria, in campo e fuori, c’è lui. E scusate se è poco.

La vie en Blanc/Rouge B-side

Il sorteggione clamoroso pre-mondiale mette la Bulgaria in un girone di difficile lettura con Argentina, Nigeria e Grecia. Se i greci sembrano l’ineluttabile squadra materasso, si conosce poco delle Super-Aquile nigeriane che suscitano un giusto mix di curiosità e aspettative. L’Argentina, invece, ha guadagnato il pass per i mondiali in un drammatico spareggio con l’Australia, ma soprattutto ha recuperato D10S, Diego Armando Maradona. Motivo per cui la squadra è illeggibile per definizione.
Inoltre, quando è il momento di diramare la lista dei convocati, il c.t. Dimitar Penev non include nella lista il 9 titolare, ovvero suo nipote Ljuboslav. Colui che aveva servito a Emil Kostadinov il pallone che ha fisicamente portato la Bulgaria ai mondiali. Mistero risolto alla svelta: un tumore ai testicoli, poi superato, non permise a Penev di misurarsi con il mondiale americano. Così, al suo posto, trova spazio l’eterno Sirakov che nel mondiale del 1986 aveva dato seguito ai miracoli di Mihajlov contro l’Italia pareggiando a 5 minuti dalla fine una partita che la Bulgaria avrebbe dovuto ampiamente perdere. Ma il calcio è così, il calcio è strano Beppe.

Si parte il 21 giugno 1994 dal Cotton Bowl di Dallas contro la Nigeria e l’impatto bulgaro sul mondiale è peggio di un pelo pubico nel brodo dei tortellini: in 55 minuti le Super-Aquile banchettano avidamente sugli avversari e li seppelliscono con un 3-0 perfino stretto. Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo rovinati.
Fortunatamente per la Bulgaria, per gli amanti del calcio e del calcio dell’est in particolare, così non sarà e il secondo match del girone disputato al Soldier Field di Chicago contro la Grecia segna un pronto riscatto. 4-0 per i rossi di Penev con doppietta di rigore di Hristo, gol dell’uomo ovunque Lečkov e sigillo in pieno recupero del neo entrato Borimirov.
Il discorso qualificazione, vista anche la vittoria dell’Argentina sulla Nigeria, si decide all’ultima giornata.

Intermezzo fuorisma: Ancora lui! Ancora D10S!

Diego Armando Maradona è rientrato, con vicissitudini varie ed eventuali che parton dal pratino e vanno fino al cielo, nel giro del calcio che conta e, ça va sans dire, della nazionale. La sua sola presenza permette ad un gruppo di notevoli individualità – Redondo, Balbo, Batistuta, Caniggia, Simeone – di ritrovare una fiducia nei propri mezzi che sembrava persa nell’umiliante sconfitta interna, 0-5, contro la Colombia di Maturana che costrinse l’Argentina allo spareggio per il mondiale di cui accennato prima.
Ed infatti nella prima partita contro la Grecia, vinta 4-0, Maradona timbra l’ultima rete andando ad esultare come un invasato davanti alle telecamere come a dire “Non vi libererete mai di me” o, più prosaicamente, “Cazzo che botta!”.

meglio un giorno da Maradona che una vita da Pelè

Nella seconda partita guida la sapiente rimonta contro la Nigeria mandando in rete Caniggia, per il gol del definitivo 2-1, con una punizione battuta d’astuzia.
Poco da fare, con D10S in campo l’albiceleste fa paura.
Solo che il controllo antidoping post-Grecia regala l’ennesimo colpo di scena: Maradona positivo all’efedrina. Ora io non voglio entrare nel merito e nell’opportunità di tutto quanto (che è una questione puzzolente come un cadavere al sole da tre settimane), ma riporto il fatto che Maradona fu spedito via dal mondiale senza troppe cerimonie, dopo che TUTTO gli venne permesso per esserci.
E la ricaduta per l’Argentina fu inevitabilmente enorme.


La vie en Blanc/Rouge C-SIDE

È chiaro che gli argentini siano ancora sotto shock, ma il 30 giugno 1994 al Cotton Bowl di Dallas, la lezione che viene impartita dalla Bulgaria mette nell’orecchio la pulce che, anche se Maradona avesse preso parte all'incontro, ci sarebbe stato poco da fare.
Dopo un primo tempo all’insegna del nervosismo e della tattica, nella ripresa i tre avanti bulgari, ben supportati da Lečkov e Balăkov mettono a ferro e fuoco la retroguardia sudamericana. E prima Hristo, al minuto 55, su perfetto suggerimento di Emil Kostadinov e, al tramonto del match, l’esperto Sirakov chiudono i conti e qualificano la Bulgaria in seconda posizione in virtù dell’incontro appena vinto.

Negli ottavi di finale, giocati nella canicola del pomeriggio del Giants Stadium di New York, la Bulgaria si trovò ad affrontare lo scorbutico Messico e tutte e due le squadre si trovarono ad affrontare l’inadeguatezza dell’arbitro siriano Jamal Al Sharif. Senza Ivanov, Jankov e Cvetanov squalificati, Stoičkov prende per mano la squadra e realizza il gol dell’uno a zero dopo sei minuti a conclusione di un contropiede spietato. Poi, al diciottesimo, entra in scena il refree che fischia un rigore illogico per il Messico che Garcia Aspe realizza, riequilibrando il tutto. Non contento di aver fischiato a vanvera nei primi 45 minuti, lo scienziato siriano espelle a caso Kremenliev al 50esimo e dopo 5 minuti, divorato dal senso di colpa, indica l’uscio anche a Luis Garcia, il più talentuoso dei messicani. Da lì in poi le compagini, dilaniate dal caldo newyorkese, decidono di andarsela a giocare di buon grado dagli 11 metri.

Jorge Campos: piano, piano. sottovoce. come piace a noi.

Avrebbe dovuto essere la giornata di quel fenomeno da circo che è stato Jorge Campos, soldo di cacio che difese la porta del Messico e che fece del gusto nel disegnare (e far cucire alla mamma) i propri capi d’abbigliamento il suo punto di forza, ed invece è la giornata di Mihajlov che neutralizza tre rigori e spedisce la Bulgaria ai quarti di finale.

Uno degli aforismi più abusati nel mondo del calcio è attribuito a Gary Lineker e recita il consueto “Il calcio è uno sport semplice, si gioca in 11 contro 11 e alla fine vincono i tedeschi”. Ma i ragazzi di Penev o non capivano l’inglese o se ne strafottevano altamente di quello che ebbe a dichiarare una vecchia gloria come il buon Gary.
Perché il quarto di finale Germania-Bulgaria è una sinfonia magistrale. I tedeschi soffrono per tutto il primo tempo e solo un Illgner in versione deluxe su Stoičkov e Lečkov e il palo che ferma Borimirov fanno in modo che il punteggio rimanga in equilibrio.

In avvio di ripresa un’ingenuità dello stesso Lečkov regala un rigore alla Germania che Lothar Matthäus realizza con teutonica freddezza.
La Bulgaria barcolla, Andy Möller centra un palo poi, al minuto 74 Hristo Stoičkov si guadagna un calcio di punizione a ridosso dell’area tedesca. Sistema la sfera con cura, attende il fischio dell’arbitro e… Palla sopra la barriera e 1-1! 
L’iniezione di fiducia è tale che la Bulgaria si getta sui resti della Germania e, dopo tre minuti, Iordan Lečkov converte in rete di testa uno splendido cross di Kirjakov.

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o anche del far passare un cammello per la cruna di un ago

I ragazzi che dovevano guardarsi il mondiale in Tv sono tra le prime quattro.
Ora si può ben dire: Bog e bulgarska! Dio è bulgaro!

un omaggio dal tubo: amici, servizi segreti bulgari, non sparate più al Papa.

E lasciamo stare che in semifinale si siano scontrati con Roberto Baggio e che, da buoni zingari, abbiano valutato la finalina per il terzo posto più inutile di una banconota del Monopoli. Questa Bulgaria è stata in assoluto la squadra più bella e inaspettata di un mondiale strano, caldo e con un fuso orario che ha costretto a giocare ad orari assurdi.
È stata definita da più parti la “golden generation” bulgara e su questo sono parzialmente d’accordo. Io credo che in un contesto come quello sia emerso una volta di più l’importanza di avere uno scudo, uno schermo, uno spauracchio da mostrare in faccia agli avversari nei momenti di debolezza e in quelli di massima forza.

"non è che poi salta e ci sporchiamo tutti?"

Questo è stato Hristo Stoičkov per quella Bulgaria: il cuore pulsante e il barometro della squadra. Capocannoniere del mondiale e Pallone d’oro grazie alle prestazioni americane, vien da pensare che, almeno per un mese, Dio sia davvero stato bulgaro.

*Gli eroi son tutti giovani e belli – Georgi Asparuhov

Apro brevemente una parentesi per parlare di chi, insieme a Hristo Stoičkov, ha fatto sognare la Bulgaria del pallone.
Per farlo, però, devo necessariamente tornare indietro al 30 giugno del 1971.

In un’anonima strada che portava verso Vraca, località balneare posta nel nord-ovest della Bulgaria, una vettura con a bordo tre persone si schianta contro un tir e prende fuoco. Per i tre non c’è scampo: game over. A bordo, insieme ad un compagno di squadra e ad un autostoppista, perdeva la vita a 28 anni il primo calciatore in grado di far inorgoglire il popolo bulgaro con le sue giocate. 

"dalla qua. mettila in banca sta palla"

Georgi Ashparuhov era stato il primo marcatore bulgaro nella storia dei mondiali (Cile 1962: Ungheria-Bulgaria-6-1) ma soprattutto aveva segnato il gol dell’1-1 a Wembley imponendo il pareggio agli inglesi neo campioni del mondo. Un gol di importanza capitale, specie per quei tempi, che lo consacrò definitivamente. Segnare a Wembley, nel tempio del football, contro i maestri inglesi, la rete del pareggio per una piccola realtà come quella bulgara: what else? 
In patria, in ogni caso, era già considerato alla stregua di un semidio per via dei suoi trionfi con il Levski Sofia, campionati e coppe a strafottere, mentre in Europa era già finito sul taccuino di Eusebio, tre reti tra andata e ritorno che fecero tremare il Benfica in Coppa dei Campioni, e di Nereo Rocco che, folgorato durante la Coppa delle Coppe 1968-69, ebbe a definirlo “il centravanti dei miei sogni, ciò”. 
Gli amici di penna del blog Lacrime di Borghetti, da cui mi sono lautamente abbeverato per reperire informazioni su Georgi, lo ricordano come il “Grande Poeta Bulgaro” e io mi associo. 
Certo che nella fantasia gli eroi son tutti giovani e belli, ma prima di essere giovani e belli bisogna essere eroi e se, a distanza di cinquant’anni, un popolo così pieno di vicissitudini ancora ti ricorda con entusiasmo… Beh allora forse un po’ eroe lo sei stato.

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In the end, he was just comin’ back home

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