GOOD TIMES, BAD TIMES

Per suicidarsi bisogna amarsi molto. (A. Camus)

Quando il 22 luglio del 1979 gli infermieri riconoscono il corpo schiantato sull’asfalto fuori dall’ospedale di Barcellona, l’idea è che anche stavolta l’uomo riverso sul selciato sia saltato per anticipare il suo diretto avversario.
Solo che in questo caso non si trattava di uno di quegli stopper che aveva sovrastato per tanti anni sui rettangoli verdi, ma di una morte certa che lo avrebbe falciato di lì a poco. La diagnosi, impietosa, parlava di leucemia e cancro allo stomaco: un uno-due non gestibile da nessun corpo umano.
Questa è la storia di Sándor Kocsis.

O anche della clamorosa somiglianza con Paolino Ruggi

Chiedi chi era la Honved – primo tempo

Nato a Budapest il 21 settembre del 1929, Sándor Kocsis cresce nel Kobanay per poi passare al Ferençvaros appena sedicenne. Sono gli anni che concludono la seconda guerra mondiale e allenarsi outdoor non era molto consigliabile. Così, narra la leggenda, i biancoverdi si preparavano per le partite in palestra e il buon Sándor affinava, in quegli spazi chiusi, il suo colpo di testa che diventerà una delle sue armi migliori. Andando a “rimbalzo” sui tiri a muretto dei compagni acuì in maniera esponenziale la sua capacità di coordinazione, salto e predizione delle traiettorie che, nonostante il fisico non esattamente da corazziere (misurava 177 cm), lo resero uno dei migliori colpitori di testa del secolo scorso.
Tesserato, come detto, dal Ferençvaros, Kocsis vince un campionato appena diciannovenne, buttandola dentro con una regolarità imbarazzante e venendo adocchiato prima e acquistato poi dalla Honved di Budapest.
Primo e svelto antefatto storico: la Honved in realtà si chiamava Kispest, nome del sobborgo appena fuori Budapest che aveva originato la squadra. Poi, all’inizio degli anni ’50, diventò la squadra controllata dal Ministero della Difesa ungherese che ne mutò il nome, rifacendosi a quello con cui veniva appellato l’esercito ungherese nel periodo dell’impero austro-ungarico: Honved, appunto. La diretta conseguenza di questo mutamento societario fu che tutti i migliori giocatori magiari arrivarono ad indossare la maglia rossa e nera dell’Honved.
Convogliati così tutti i maggiori talenti ungheresi sotto il proprio stendardo, la Honved vince quattro dei sei campionati disputati dal 1950 al 1956 per poi cadere in un periodo d’oblio che porterà la squadra a rivincere il titolo solo nel 1980.

 "Te lo giuro sui Beatles!"

Proprio fino al 1956… A Budapest…
Ma, per il momento, soprassediamo. Perché, come nel gioco delle carte, gli assi vanno calati con calma. Anche e soprattutto se sono di un colore solo.

Saltato, temporaneamente, l’ennesimo grande incrocio tra storia del novecento e storia del pallone, vi voglio ricordare che la Honved viene spesso invitata, in qualità di depositaria del miglior calcio d’Europa, all’estero per disputare amichevoli di prestigio che, sovente, è solita vincere. E nei rari casi in cui ciò non si verifichi, lascia comunque dietro di sé un alone di leggenda.
Una per tutte (e tutte per una): nel dicembre del 1954 i campioni d’Inghilterra del Wolverhampton invitano la Honved per una partita amichevole. Per provarsi la febbre – certo - ma anche per vendicare un paio di sconfitte epocali di cui parlerò più avanti.
La Honved si trova avanti di due reti, una ovviamente del nostro Kocsis, poi, sfruttando il fattore campo e il caldissimo pubblico del Molineaux, i “Lupi” ribaltano il risultato andando a vincere 3-2.
La partita venne giudicata talmente bella che il direttore dell’Equipe chiosò con un “Prima di dire che i Wolverhampton Wanderers sono invincibili aspettiamo che vadano a giocare a Mosca o a Budapest”. Così, ipso facto, nacque l’idea della Coppa dei Campioni: la competizione regina, infatti, nascerà ufficialmente proprio nella stagione successiva sull’onda dell’euforia del match in questione.
Una nota di colore: la Honved, che col suo gioco effervescente ha esercitato una spinta propulsiva fondamentale alla creazione del torneo, giocò solo due partite nella suddetta competizione. Ma, come prima, questa mettetela lì che ci arriverò più avanti. Sono affetto, in termini medici, da un vero e proprio attacco di logorrea acuta.
Vi basti sapere, per ora e a titolo meramente informativo, che il tabellino del nostro Sándor in maglia rossonera parla chiaro: 146 presenze certificate da 153 palloni messi in fondo al sacco.
Scusate se è poco, eh.

Gli anni d’oro della grande Ungheria – intro

cortocircuiti emozionali

Comprendo perfettamente che da un punto di vista metrico suonasse meglio “Gli anni d’oro del grande Real”, ma Max Pezzali ha compiuto un peccato di distrazione macroscopico non tirando in ballo la nazionale ungherese che spadroneggiò sul globo terracqueo durante i favolosi anni ’50.
Imbattuti dal maggio del 1950 al luglio del 1954, con uno score di 29 vittorie e tre pareggi 143 gol fatti e 33 subiti, i magiari dipinsero calcio e lasciarono a bocca aperta chiunque li vedesse dal vivo.
Ma andiamo con ordine.

L’invenzione del falso nueve – intermezzo pubblicitario

Storia incredibile: il centravanti di quella squadra è l’indomabile Deak, uno che, per capirci, sfondava regolarmente le cinquanta segnature a stagione. Al suo fianco, là davanti, giostravano il nostro Sándor e un giocatore discreto che di nome fa Ferenc e di cognome Puskás.
Un tridente da far drizzare i peli sulla schiena anche al difensore più scafato in circolazione. Non fosse che il buon Deak, dal carattere fumantino e dalla schiena rigorosamente diritta, decide di non mandarle a dire al regime comunista. Dichiara apertamente la propria ostilità all’ideologia e al partito, creando una situazione che lo induce a rinunciare alla maglia rossa a partire dal 1950.
Così si manifesta il problema della sostituzione: ci sono vari candidati in lizza, ma nessuno è così forte da accaparrarsi il posto senza discussioni.
Gusztáv Sebes, l’allenatore ungherese, apprezzava molto un’ala destra militante nel Voros Lobogo, che dimostrava una grande intelligenza tattica e una tecnica indiscutibile: Nandor Hidegkuti. Solo che in nazionale si trovava chiuso nel ruolo di competenza e non riusciva ad esprimere tutto il suo potenziale. Così, alla vigilia di due amichevoli propedeutiche alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, Sebes, che non avrebbe seguito la squadra per problemi personali, consegnò una lettera al suo vice e gli intimò di aprirla e leggerla solo poco prima di scendere in campo nel primo incontro.

l'evoluzione: decisamente sopravvalutata

A sorpresa, invece delle programmate parole d’incoraggiamento per i suoi ragazzi, Sebes aveva semplicemente scritto: “Col 9 gioca Hidegkuti”. Fatto rivestire in gran fretta Palotás, il centravanti presunto titolare, e richiamato dalla tribuna Nandor, l’Ungheria sbaragliò 5-1 la Polonia. E quello che adesso viene chiamato “falso nueve” prese forma e diventò uno dei marchi di fabbrica della nazionale ungherese: il centravanti arretrato che apre spazi per gli inserimenti dei compagni nasce right there right then.

Gli anni d’oro della grande Ungheria – svolgimento e conclusione

Ora possiamo rientrare, con più cultura di quando eravamo partiti, nell’orbita della grande Ungheria.
Olimpiadi di Helsinki, 1952.
Nel turno di qualificazione al tabellone principale i magiari sconfiggono, non senza qualche brivido di sorta, la Romania per 2-1. Il secondo gol è segnato, inevitabilmente, da Kosics che si ripete negli ottavi contro l’Italia (3-0 il finale) e si ripropone con una doppietta nel comodo 7-1 inflitto nei quarti di finale agli incolpevoli turchi.
Non ce n’è. Non ce n’è per gli avversari: i ragazzi in rosso sono troppo superiori, giocano un calcio avanti anni luce rispetto all’epoca e possono contare su una batteria di fuoriclasse che “Zio – tiggiuro - levati che mi fai ombra!”.
In semifinale le vittime designate sono gli svedesi che fanno quel che possono, ma vengono asfaltati 6-0 con doppietta dello scoppiettante Kosics.
La finale vedrà la nazionale magiara incrociare gli scarpini contro la Jugoslavia.

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attaccarsi l'oro al collo: check!

Non mi dilungo su come i balcanici arrivarono allo scontro finale, ma l’impressione è che non saranno tutte rose e fiori per l’Ungheria.
Puskás si fa parare un rigore e, per lunghi lunghissimi minuti, i rossi, per l’occasione in bianco, sembrano irretiti. Poi, perché a forza di dai e dai ci si prende, Puskás la sblocca a 20’ dalla fine e Czibor la mette in ghiacciaia a al minuto 85.
È un alloro storico. Storico e bellissimo.

Ora facciamo un breve e circoscritto passo in avanti. Ci incamminiamo a Budapest dove c’è lo stadio più grande, giocoforza, della nazione che, fino a pochi anni fa, si chiamava NeptStadion: lo Stadio del popolo. Utilizzo l’imperfetto perché ora è stato rinominato alla memoria di Ferenc Puskás, capitano coraggioso di quella generazione indimenticabile che infiammò gli anni ‘50 del pallone.  Nei pressi del suddetto stadio c’è un wine-bar (o borozo nella lingua autoctona) il cui nome è strano e, solo apparentemente, senza senso: 6-3.

"Offrimi un bianco e parlami dell'Aranycsapat"

Adesso, invece, siamo obbligati a fare un passo indietro.
Dopo le Olimpiadi vinte, la squadra ungherese venne formalmente invitata dal grande capo della Football Association e plenipotenziario Fifa Stanley Rous a disputare un’amichevole contro i maestri inglesi nel tempio più tempio del calcio: the Wembley Stadium.
Abbreviando e giocando con la fantasia, posso sospettare che il dialogo si sia svolto così.
Rous: ”Vorreste farci l’onore di disputare un’amichevole a casa nostra, in quel di Wembley?”
Sebes: “Accettiamo di buon grado, ma permetteteci di scegliere la data”
Rous: “Accordato”
Sebes: “Allora ci si becca il 25 novembre 1953. Portate il pallottoliere”
Rous: “Eh?”
Stadio gremito, of course, ed entusiasmo alle stelle. Gli alfieri di sua maestà pensavano, naturalmente, di fare un sol boccone di quegli scappati di casa provenienti dalla parte sbagliata della cortina di ferro. Ma, ahiloro, fare i conti senza l’oste è uno sport pericolosissimo. Ed infatti l’Ungheria tritura letteralmente gli avversari ed infligge la prima sconfitta casalinga in 90 anni di storia ai bianchi d’Albione con il rotondo punteggio di 6-3 con tripla di Hidekguti e doppia di Puskas. Ecco, se siete stati attenti, spiegato il nome del wine-bar sopra citato.

ho sentito urla di furore di generazioni senza più passato, di neoprimitivi

Pochi mesi dopo Rous e Sebes si rincontrano e tornano in argomento.
Sebes: ”L’hai capita adesso quella del pallottoliere?”
Rous: ”Of course. Ci permetta però di domandarle soddisfazione e di chiedere una rivincita”
Sebes: ”Accordato. Ma ci faccia l’onore di ospitarvi nella nostra amata Budapest”
Rous: ”Sarà un piacere per noi, facciamo a maggio del prossimo anno (1954 ndr)?”
Sebes: ”Il ventitrè andrebbe benissimo. Sareste operativi?”
Rous: ”Decisamente. Ci si vede a maggio”
Sebes: ”Mi raccomando… Il pallottoliere!”
E così a Budapest va in scena, parafrasando il conte Guastardo della Radica messo in scena da Fabio De Luigi, la mattanza dell’inglese. AH LAMATTANZA DELL’INGLESE IN BUDAPEST! Con le doppiette del nostro Sándor e di quel satanasso di Puskás il risultato finale non dice, ma urla 7-1 Ungheria. Roba da stropicciarsi gli occhi e pizzicarsi ripetutamente per essere sicuri di non essere sotto acido. Ma è tutto vero, i maestri del football non sono più di là dall’acqua ma risiedono a Budapest.

Con queste prospettive di grandeur l’Ungheria si affacciava come una delle maggiori favorite ai mondiali di Svizzera del 1954.


L’Ungheria era stata inserita in un girone comprendente anche Germania Ovest, Turchia e Corea del Sud. Proprio gli asiatici furono i primi a saggiare l’uragano ungherese che si abbatté sui malcapitati musi gialli evitando accuratamente di fare prigionieri. Il 9-0 finale, con tripletta di Kosics, lascia pochi dubbi sullo svolgimento delle operazioni.
Il secondo ed ultimo step del girone prevedeva la sfida ai tedeschi occidentali. Il risultato finale non lascia scampo nemmeno ai teutonici, ma qualcosa il 17 giugno a Zurigo si rompe. L’eclatante 8-3 finale, griffato da un poker dell’ineffabile Kosics, nascondeva nelle pieghe della mano gli interventi assassini che il panzer Liebrich aveva riservato al temutissimo Puskás e più specificatamente alla sua caviglia sinistra.
Così, vidimato il passaggio del turno, i magiari si presentarono al cospetto del Brasile senza uno degli uomini di spicco. Infatti Puskás non riuscì a recuperare per il match valido per i quarti di finale. La partita, passata agli onori delle cronache come “La battaglia di Berna”, si concluse 4-2 per l’Ungheria, in una gara nervosissima condita da una doppietta del solito Kosics e da una maxi rissa finale che Puskás, in abiti civili, decise di dirimere con una bottigliata in testa al capitano verdeoro Pinheiro.

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tutto molto bello

In semifinale, contro l’Uruguay che aveva eliminato gli inglesi, ancora senza Puskás, Kosics si caricò la squadra sulle spalle e, durante i supplementari trascinò l’Ungheria in finale con due spettacolari colpi di testa che fissarono il risultato sul 4-2 finale.
Ed eccoci, finalmente, a parlare della partita più incompiutamente leggendaria di tutti i tempi.
Berna, 4 luglio 1954. Finale mondiale: Ungheria-Germania Ovest.
Passano 8 minuti e i magiari sono già avanti di due reti, ma i tedeschi, che corrono come cavalli imbizzarriti, rimettono la gara in carreggiata e al 18esimo si ritrovano già sul 2-2. Da lì in poi è un assalto ungherese all’arma bianca che si infrange su pali, traverse, salvataggi sulla linea e interventi fuori bollo di Turek. Così, come recita il vecchio adagio, tanto tuonò che piovve. A quattro minuti dalla fine, dopo un perfetto contropiede, Rahn ribadì in rete una corta respinta della difesa ungherese e piazzò l’impensabile 3-2 tedesco. I quattro minuti che restano sono un film a sé stante: Puskás si vede annullare un gol per dubbio fuorigioco, piovono palloni nell’area tedesca da ogni dove, Cszibor si divora la palla del pareggio sparando su Fritz Walter e infine… Infine la rovinosa caduta degli dei si materializzò e la Germania Ovest si laureò Campione del Mondo per la prima volta.
Breve e grottesca curiosità: in tutta risposta Israele proclamerà lutto nazionale.

Agli ungheresi rimase l’effimera soddisfazione di aver laureato capocannoniere del torneo con 11 goals Sándor Kosics e le recriminazioni per le pratiche chimico/farmaceutiche poco chiare utilizzate dai tedeschi per preparare la partita. Pratiche che portarono diversi elementi dell’11 teutonico a beccarsi un’epatite piuttosto sospetta nei giorni successivi al match.

Santu in love with Mad Season

Dopo quella sconfitta, l’Ungheria non si risollevò più e continuò stancamente a muoversi per l’Europa fino al 1956.
Kosics, che proprio in quell’anno abbandonerà la nazionale, lascia una traccia importante fatta di 75 reti in 68 apparizioni. Una delle medie-gol più alte di sempre per quel che riguarda le selezioni nazionali.

Chiedi chi era la Honved – secondo tempo

Arriviamo, adesso, all’anno che cambiò per sempre il calcio ungherese: il 1956.
La Honved, avendo stravinto il campionato ungherese, si era guadagnata il diritto di disputare la seconda edizione della Coppa dei Campioni appena nata. E con ragionevoli possibilità di arrivare fino in fondo.
Il sorteggio aveva parlato in basco e, per gli ottavi di finale, i ragazzi in rosso e nero dovevano affrontare l’Athletic Bilbao.
Al timone della Honved, nelle vesti di Direttore Tecnico, c’è un ebreo errante, calciofilo, filosofo e, nel tempo libero, lanciatore di maledizioni a mezzo stampa: Bela Guttmann.

in tutte le storie di calcio DEVE esserci un ebreo errante

Cittadino del mondo quando ancora la Lonely Planet non era un must per tutti, giocò e allenò praticamente ovunque (Italia, Argentina, Portogallo, Cipro, Brasile, Ungheria, Stati Uniti, Svizzera, Grecia e Austria), portando con sé l’aura misteriosa del vero innovatore e di un uomo che aveva vissuto molteplici vite racchiuse in una.

Laureato in psicologia, si trasferì a giocare negli Stati Uniti negli anni ’20, perse molti soldi in borsa nel crollo di Wall Street del 1929, tornò in Europa passando misteriosamente indenne le forche caudine del secondo conflitto mondiale (“Dio mi ha aiutato” era la sua chiosa classica), allenò ovunque vincendo tanto e insegnando altrettanto. Maledì il calcio portoghese prendendoci in parte, poiché solo il Benfica ha “beneficiato” delle sue parole. Sviluppatore empirico di un calcio basato su fitte trame di passaggi, imparò molto da Szebes, ma se ne distaccò in fretta fino ad avere una folgorante ed incredibile carriera a tutte le latitudini.
Ma in quella stagione, proprio in quella e poi mai più, era a Budapest a cercare di raccogliere i frutti degli alberi di una generazione senza precedenti.

lo zio Neil lo sa sempre prima

La Honved aveva superato per sorteggio il turno preliminare e si trovava, come scritto sopra, ad affrontare negli ottavi di finale i campioni di Spagna dell’Athletic Bilbao. L’andata prevista al San Mamès si disputò il 22 novembre del 1956 e vide i baschi imporsi per 3-2, risultato sicuramente ribaltabile nel ritorno. Ovviamente Kosics non si fece pregare e segnò il secondo gol dei suoi, quello che, se fossimo in condizioni normali, definiremmo della speranza.
Il ritorno si sarebbe dovuto disputare a Budapest, al Nepstadion, più o meno un mese dopo ed invece, il 19 dicembre, le squadre scendono in campo all’Heysel di Bruxelles.


Crossroads – Il Novecento irrompe in campo

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Stalin cade in area: rigore per la Roma 

Sono le 15 del 23 ottobre 1956 e gli studenti dell’università di Tecnologia ed Economia di Budapest scendono in piazza per mostrare la propria solidarietà agli studenti della città polacca di Poznan, in cui il governo filo-sovietico aveva represso nel sangue una manifestazione.
La folla si ingrossa e, superato il Danubio, punta minacciosa verso il Parlamento. Viene divelta la statua di Stalin e vengono date alle fiamme diverse librerie sovietiche. I soldati ungheresi strappano le stelle rosse delle loro uniformi e si uniscono al fiume umano di cui sopra.
L’AHV, la polizia di sicurezza, invece, spara sulla folla ma non è una grande idea.
Il casino assume immediatamente dimensioni ingestibili per il governo di Nagy e l’URSS decide che è ora di dare precisi ordini ai militari sovietici dislocati nel territorio ungherese.
Ma costoro, da anni in servizio permanente nelle terre del bel Danubio blu, oramai sono integrati alla perfezione e fanno finta di non capire e non intervengono in maniera appropriata.
Mentre Chruščёv non sa bene come comportarsi, l’AHV continua a sparare sulla folla e nelle fabbriche sorgono Consigli Operai che cercano di guidare la rivoluzione in maniera più organica e meno a cazzo di cane.
Nagy cerca di negoziare un cessate il fuoco con Chruščёv e ci riesce il 28 ottobre di quel 1956. Dal canto suo il plenipotenziario URSS cerca di cavarsela con una soluzione pacifica “alla polacca” che prevederebbe un aumento di diritti civili nominali, ma un sostanziale mantenimento dello status quo.
Ma l’affaire-Suez (URSS-Egitto vs USA-Israele-GB-Francia) appena scoppiato in Egitto non permette all’Unione Sovietica di mostrarsi troppo “gentile” nei rapporti con i propri satelliti al di qua della cortina di ferro.

live, piano piano, sottovoce, come piace a noi

Preoccupato da possibili spaccature interne al Partito e dalla paura di un possibile intervento militare degli USA a sostegno dei rivoltosi, paventato persino dalla celeberrima Radio Free Europe, il 4 novembre il PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) – sotto forma di un ordine di Chruščёv - spedì 200000 uomini e 4000 carri armati dell’Armata Rossa verso Budapest per risolvere la questione. E così, fino alla richiesta accettata di cessate il fuoco di studenti ed operai il 10 novembre, furono attacchi di terra e bombardamenti mirati alle fabbriche dove risiedevano i Consigli Operai meno propensi a scendere a patti. In questo modo l’Unione Sovietica mise in pratica l’Operazione Barbarossa che costò la vita a oltre 2600 magiari e riportò l’Ungheria sotto l’egida moscovita.
Con il PCUS in totale controllo della situazione, i negoziati tra Consigli dei Lavoratori e Unione Sovietica continuarono fino al 19 dicembre ma portarono solamente alla nomina del capo del Partito Socialista Operaio Ungherese Jànos Kàndàr che, supportato pesantemente dai sovietici, permise loro di controllare in maniera sempre più capillare l’intera vita della nazione ungherese.

CHIEDI CHI ERA LA HONVED – 4 minuti di recupero

Spiegato a sommi capi perché non fosse auspicabile giocare a Budapest il 19 dicembre 1956, vi racconterò come va a finire questa storia.
Nella nebbia densa di Bruxelles succede che il Bilbao segna dopo 3 minuti, ma viene ripreso immediatamente da Lazslo Budai. Poi si infortuna l’estremo difensore magiaro Faragò e uno degli attacanti, Czibor, è costretto ad arretrare in porta in quanto a quell’epoca le sostituzioni non erano ancora state pensate.
Nella ripresa la Honved, per l’occasione in bianco, si sbilancia per cercare il gol che avrebbe portato la sfida a gara 3, ma prende due reti quasi in fotocopia. La parola arrendersi non è insita nel dna della squadra ungherese, così prima “The man with the golden head” – come lo avevano ribattezzato i giornali d’oltremanica – Sándor Kosics e poi Puskás portano il risultato sul 3-3. Ma il tempo è poco e rien ne va plus. La Honved, una delle favorite per il titolo, è eliminata subito.
Ma i casini veri devono ancora arrivare.

Molti giocatori erano riusciti, di straforo, a far espatriare le proprie famiglie e a farsi raggiungere a Bruxelles e avevano risposto alla richiesta di rimpatrio con una sonora pernacchia.
Bela Guttmann, sapiente e misterioso come di consueto, aveva cercato di salvare capra e cavoli organizzando due tournée per quella squadra di fenomeni: una in Spagna e una in Sudamerica nella speranza che la situazione si ricomponesse.


Invece la situazione peggiorò e la Federazione Calcistica Ungherese, ora in pieno controllo sovietico, scomunicò i rosso-neri e fece pressioni sulla Fifa che dichiarò fuori legge l’uso del nome Honved  e contestualmente illegale quella squadra.
Così molte strade si separarono (chi tornò in Ungheria, chi andò in Spagna, chi sparì misteriosamente) e da questo momento in poi il calcio magiaro vivrà di ricordi, Lajos Détári e poco poco altro.

Decisioni irrevocabili

Sándor Kosics, per una scelta e per un gioco del destino, si rifugia in Svizzera dove aveva incantato le folle avvezze all’arte pedatoria non più tardi di 5 anni prima. Vende elettrodomestici – non può essere tesserato da nessuna squadra perché ovviamente la Federazione Ungherese non dà l’assenso - e quello che guadagna lo utilizza per preparare l’espatrio della moglie Alice e della figlia Agnese. Quello che gli rimane lo utilizza per lenire la sua depressione con ingenti quantità di alcolici.
La stucchevole amnistia della Federazione ungherese per i giocatori che non erano rientrati in patria gli permette finalmente di accasarsi allo Young Fellows di Zurigo nella stagione 1957-58 e di migrare a Barcellona l’anno seguente.

un Sándor bello e impossibile

In questo modo Sándor può così prolungare la sua brillantissima epopea sportiva illuminando a giorno la capitale catalana insieme a stornelli del calibro di Luis Suarez, Ramallets e l’amico di sempre Zsoltan Czibor, e di vincere due volte il campionato spagnolo, due Coppe di Spagna e finalmente provare a primeggiare in Europa.
Cosa che in effetti contribuisce sostanzialmente a fare, poiché sono le sue reti che permettono al Barcellona di alzare la Coppa delle Fiere, prototipo di Coppa Uefa che prevedeva la partecipazione solamente di squadre di città influenti che ospitavano eventi fieristici di alto profilo (da qui il nome), nel 1960.
Ma una strana legge del contrappasso è dietro l’angolo e si materializza il 31 maggio del 1961.

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e bravo il Barcellona: doveva perdere questa e venire a vincere contro il Doria. Stramaledetti!

A Berna – e mi sembra ovvio! – si affrontano per la finale di Coppa dei Campioni Benfica e Barcellona.
Sarebbe un commiato perfetto: vincere proprio dove si è consumato il maggior dramma sportivo della tua vita. La fenice che risorge dalle proprie ceneri, la celebrazione della seconda possibilità, la potenza del ritorno alle origini.
Ed invece le aquile lusitane guidate in panchina da – rullo di tamburi doveroso – Bela Guttmann riescono ad avere la meglio per 3-2. Credo sia quasi superfluo dirvi che i gol del Barcellona li mettono a segno Kocsis e Czibor, ma lo voglio fare lo stesso.
L’incompiutezza aveva vinto di nuovo.

un ricordo commosso anche per Mario Monicelli

E questo senso d’incopiutezza accompagnerà Sándor Kocsis fino al 1965, anno del suo ritiro dal calcio e poi ancora oltre. Oltre il ristorante che aprì a Barcellona, oltre alle nostalgie per la sua terra d’origine, oltre il mestiere d’allenatore, oltre le bottiglie, oltre i malanni irrevocabili che lo colpirono.

Oltre quella finestra d’ospedale, oltre la mattina del 22 luglio del 1979.

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